La tecnologia è una droga

23 ottobre 2018

Voglio raccontarvi una storia. Non importa dove è accaduta, né quando. Vi basti sapere che è una storia vera e che non mi sto inventando niente. E che la racconto non per mero gusto cronachistico, ma per il carico di questioni educative che si porta dietro.
Siamo in una scuola superiore. Una docente con un’ora libera a disposizione viene mandata a fare supplenza in una classe non sua, una classe prima, frequentata quindi da quattordicenni. La docente entra in aula. Non fa caso al fatto che sulla lavagna campeggia una scritta inneggiante alle droghe. Si siede alla cattedra per compilare il registro elettronico. La lavagna le rimane alle spalle, come la cornice di un quadro di cui lei è il soggetto prescelto. Un’alunna di quella classe le propone di sfruttare l’ora di supplenza per aprire e moderare una discussione sulle droghe, argomento che (ella sostiene) tocca molto da vicino i giovani. La docente ci pensa un attimo, poi accetta: d’altronde anche lei pensa che si tratti di un tema prossimo ai ragazzi e alle ragazze che hanno l’età di quelli che ha di fronte. Quello che la docente non sa è che l’immagine di se stessa, incorniciata davanti a quella lavagna come se quello fosse il titolo della sua lezione, viene immortalata in uno scatto fotografico e prontamente data in pasto al popolo della Rete su Instagram. Non solo. Anche un filmatino con certe sue dichiarazioni montate ad arte fa la stessa fine. E viene pubblicato. Ma si sa: la Fama oggi ha ali ancor più late che nei tempi antichi e, subito, foto e filmato girano di mano in mano, di occhio in occhio, di smartphone in smartphone, e arrivano dove non sarebbero dovute arrivare Scoppia il caso. Viene convocato un Consiglio di Classe straordinario al cospetto del Dirigente Scolastico e di tutti i docenti di quella classe. Messa davanti alle proprie responsabilità, la ragazzina dichiara di non averlo fatto apposta, di non aver avuto l’intenzione di creare un disagio alla supplente, di non aver avuto minimamente idea di quello che avrebbe scatenato con quel gesto. Dice che alle scuole medie il cellulare non era neanche ammesso.
Ed eccoci alle questioni educative cui si accennava sopra (e su cui si sono lungamente interrogati anche i docenti di quel Consiglio di Classe), una collana di domande da snocciolare tipo rosario, da conteggiare tipo pallottoliere. La prima: bisogna credere alla ragazzina e alla sua maldestra buonafede? La seconda: una volta messa la ragazzina davanti alla realtà, come bisogna agire nei suoi confronti? È consigliabile fermarsi a un confronto orale e subito dopo perdonarla, nella speranza che non commetta più un atto così incauto, scorretto e superficiale? La terza: a sua parziale discolpa può pesare il fatto che alle scuole medie l’uso del cellulare sia stato solo vietato e non veicolato da un’educazione all’uso giusto?
Il mio parere? Mi rifiuto di passare da credulona e sono convinta che, di questi tempi, nessun adolescente possa dirsi ignaro di quello che combina quando tiene quegli aggeggi tra le mani. È impensabile che la scuola debba accollarsi (anche) il compito di insegnare a usare i social. Esistono le famiglie per questo: se ne parli a casa, a tavola, tutti insieme, all’ora dei pasti, davanti a una bella pastasciutta calda. Soprassedere su un episodio oggettivamente molto grave vanifica la speranza di un miglioramento comportamentale da parte dell’autrice di quel gesto e di tutti i suoi compagni che vi hanno assistito (imbelli o complici che fossero), concede una tacita autorizzazione a minimizzare la gravità di quanto si è compiuto e impedisce l’assunzione del senso di responsabilità. E dunque, non resta che la decisione di un provvedimento disciplinare severo ed esemplare, che resti ben impresso nella mente a lei e a chi, come lei, a quattordici anni non ha ancora chiari i concetti di rispetto dei ruoli e responsabilità. Questo è il compito della scuola. Quello della famiglia è appoggiare la decisione dei docenti (senza correre a fare gli avvocati degli alunni) e remare nella loro stessa direzione educando i figli al sentimento sociale. Ma questo è solo il mio parere.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

Fake news: chi le diffonde, come e perché. E ancora: sono davvero in grado di orientare il pensiero comune? E di diventare una potente arma nelle schermaglie fra Stati? Se n’è parlato ieri mattina al Cinema Odeon in un incontro riservato agli studenti delle scuole superiori e organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, che ha individuato in quattro giornalisti (Martina Pennisi, Marilisa Palumbo, Luigi Ripamonti e -ospite di punta- Enrico Mentana) gli interlocutori adatti a confrontarsi con una platea di adolescenti.
Articolato in due momenti (una prima parte, in cui i relatori hanno esposto il tema sotto diversi punti di vista con l’ausilio di immagini e filmati, e una seconda parte dedicata al dibattito e al confronto con gli studenti), l’incontro è stato una di quelle piacevoli esperienze che non sempre possiamo dare per scontate quando accompagniamo fuori classe i nostri alunni: a volte chi li aspetta purtroppo non è in grado di porsi sulla lunghezza d’onda indispensabile quando si vuole parlare a persone di quella età. Troppo pesanti, troppo lenti, troppo noiosi, troppo distanti. E gli incontri si rivelano un pacco. Ma ieri non è stato così. Ieri, direbbe Rovazzi, è stato tutto molto interessante, fin dalle prime battute, quando Martina Pennisi ha spiegato origine e natura delle fake news, Luigi Ripamonti si è soffermato sul concetto di metodo scientifico, e Marilisa Palumbo ha insistito sul fallimento della visione utopistica che avevamo dell’informazione online. Io i ragazzi li guardavo. E vedevo che, benché le poltrone dell’Odeon spingano a un avvolgente sonnellino, seguivano vigili e coinvolti. Tuttavia è stato con l’arrivo di Enrico Mentana che la mattinata è veramente decollata. Il volto più noto de La7 è arrivato in ritardo (per colpa del treno), ma non tardi, e ha fatto in tempo ad acciuffarli tutti, quei ragazzi sprofondati nelle sedute di velluto ocra, e a scuoterli ben bene dicendo loro ciò che non si dice loro mai abbastanza: che non ci si abbevera alla prima fonte che si trova, che è indispensabile lottare contro questo sistema che li inchioda a casa con i genitori, che l’Italia non è un Paese per giovani visto che le riunioni della Confindustria sembrano la piscina di Cocoon, che le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” sfortunatamente non sono magnifiche e nemmeno progressive, che andando avanti di questo passo, se proprio i giovani non faranno niente (come niente hanno fatto i loro padri), la più grande fake news diventerà l’articolo 1 della nostra Costituzione, che definisce l’Italia una Repubblica “fondata sul lavoro”.
“Ho la voce tremante e il cuore a mille –ha detto Gessica Valenti, 18 anni, studentessa dell’Artistico di Porta Romana- ma vorrei ringraziarvi davvero per aver organizzato per noi questa mattinata. Sì, è vero, il futuro è nelle nostre mani. Ma forse noi non siamo pronti, forse non siamo la generazione giusta, forse è presto. O forse ai miei coetanei non gliene importa abbastanza.” Amara (ma veritiera) conclusione di un incontro da cui nessuno è uscito uguale a com’era entrato.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

Nella Gipsoteca dell’Artistico di Porta Romana è stata inaugurata ieri mattina la mostra dedicata a Sergio Toppi, celebre fumettista e illustratore italiano. Nato a Milano nel 1932 e lì deceduto nel 2012, Toppi ha esordito negli anni Cinquanta collaborando con la Utet. Ai fumetti è arrivato nel 1966, su Il Corriere dei Piccoli, per il quale realizzava i famosissimi soldatini di carta (memorabili la serie sul Far West e quella sui cavalieri medievali). Iniziava così un periodo fitto di collaborazioni: Sgt. Kirk, Linus, alter alter, Il Giornalino, Il Mago, Corto Maltese, L’Eternauta, Comic Art, Ken Parker, Nick Raider.
Nel 1984 creava il Collezionista, unico personaggio fisso della sua carriera.
Numerose le sue presenze a Lucca Comics.

Con la scusa della mostra, Attrice e Cocchino (attualmente iscritti alla Nemo) hanno fatto timida irruzione nella loro ex scuola, hanno visto le migliorie estetiche realizzate nei mesi estivi dalla ditta incaricata, hanno percorso le scale e i corridoi calpestati per cinque lunghi e amorosi anni, e sono venuti in cerca di noi, loro docenti di un memorabile triennio.
Poi uno dice: perché quest’anno c’hai sempre gli occhi gonfi?

Quelli del sabato mattina

21 ottobre 2018

L’anno scorso la commissione orario, letta la mail in cui annunciavo il mio stato di neomamma di Tale Ubaldo detto Uncerto Bobi, e tutte le problematiche che tale evento si portava dietro (sveglie all’alba quotidiane, pulizie casalinghe forsennate per raccattare pisce e cacche sparse ovunque, ore piccole da dedicare alle cure materne del cucciolo), decise di accontentare ogni mia richiesta. Non solo: mi regalò spontaneamente il sabato libero. Che, per i docenti, rappresenta la realizzazione di una specie di utopia. Ma non per me. Io il sabato libero non l’ho mai voluto per tutta una serie di motivi. Io voglio essere libera di giovedì. È sempre stato quello il mio giorno libero, sempre, da quando tanti anni fa iniziai questo lavoro e ne scoprii i benefici: il giovedì spezza la settimana in due micro-settimane e rende tutto più leggero. Il giovedì puoi andare nel Profondo Veneto a far visita al babbino. Il giovedì tutti lavorano e tu puoi fargli le pernacchie e stare a giro. Il giovedì la città non è presa d’assalto dai vacanzieri e mantiene il ritmo moderato di un giorno qualunque. Così quest’anno, sul foglio dei desiderata, io ci ho riscritto giorno libero: giovedì. Me l’hanno dato. E ieri mattina (sabato) ero regolarmente a scuola.

Com’è bello, il popolo del sabato. Arriviamo un po’ stropicciati dal venerdì sera, qualche sbadiglio residuo ci segue fino alla macchinetta del badge dove si forma il tappo vista l’adiacenza alle macchinette del caffè. Ci guardiamo con complicità perché siamo figli del medesimo destino, quello di lavorare quando tutti stanno a casa. Per molti è una condanna: hanno lasciato mogli, mariti e figli nei letti caldi e si sono gettati nelle fauci cittadine tra l’aria pizzicorina delle prime ore. Per me è un privilegio perché so che, all’uscita, troverò un pasto pronto e un cane allegro ad aspettarmi. Allora m’intestardisco a convincere i riottosi che il sabato è bellissimo da lavorare, ma sentite come si sta bene a scuola, siamo in pochi, siamo noi i privilegiati, sulle strade non c’è un filo di traffico, possiamo cincischiare di più a casa tra colazioni lente e docce lunghe senza l’incubo dei ritardi, i ragazzi versano in stato comatoso per i cinque giorni fatti ma hanno anche quella disponibilità emotiva all’accoglienza per la festa che li attende, siamo tutti dei piccoli Leopardi convinti che “questo di sette è il più gradito giorno”, e anche se metà se ne va tra i banchi pace, dove si sta meglio che qui?, pensateci bene! Qualcuno mentre mi guarda pensa: dappertutto, ma io so che non lo pensa, in fondo non è altro che una questione di punti di vista, di convinzioni antiche, di luoghi comuni. Io posso dimostrarvi che il sabato si può star bene anche a scuola. Perché è così.

Da leggere a casa

21 ottobre 2018

A fine lezione mi raggiunge alla cattedra, dove sto rimettendo in borsa tutti i miei ammennìcoli (gessi bianchi e colorati, libri di testo, agenda, occhiali da vicino, occhiali da lontano, ventaglio anticaldana, bottiglietta d’acqua fresca, caramelline e una mela da addentare nello spostamento in altra aula), e mi consegna un foglio di quadernone ad anelli piegato in quattro. Sopra c’è scritto da leggere a casa, ma me lo ridice anche a voce: lo legga a casa!
Io invece mi chiudo nel bagno dei docenti, voglio leggerlo immediatamente, non ci vedo un tubo, razzolo in borsa alla ricerca degli occhiali da vicino, li inforco e guardo. È una lettera.
Mi dice che ha letto l’articolo sugli studenti sconosciuti incrociati su quell’autobus che parlavano malissimo dei loro professori e le dispiace che ci sia rimasta male; mi confessa che a volte capita anche a lei d’infamare i suoi insegnanti se l’hanno redarguita, se non le hanno dato il voto che sperava, se l’hanno annoiata; aggiunge che però poi, dopo averci mangiato su, una volta a casa, più tranquilla, riconosce quasi sempre che il torto non era da attribuire a loro; mi spiega che è un po’ il gioco delle parti, quei ruoli differenti che ci vogliono nemici almeno all’apparenza; mi confida che questo accade soprattutto con quelli che alzano un muro davanti ai loro alunni, che non sono mai disposti a un rapporto umano, che non vanno mai oltre l’argomento imposto dai programmi; aggiunge che, anche se io dovessi rimanere con la mia delusione appiccicata addosso, con questa lettera lei vuole comunque dirmi ciò che pensa. E chiude con una frase breve, asciutta, bellissima.

Perché lei è Tuttidieci, e non solo sul registro.

Una nuova maturità

12 ottobre 2018

La notizia è nota. Cambia (di nuovo) l’esame di maturità.
Ma più che sulle novità legate ai crediti, al sistema del punteggio, alla questione dell’alternanza scuola-lavoro e all’abbinamento delle prove Invalsi, vorrei riflettere sui mutamenti della prima prova scritta. Mi toccano da vicino, è vero, ma poi –dire o non dire- la prova di Italiano pesa tantissimo sull’andamento dell’esame. E della vita. Se non sai mettere insieme le parole trasformandole in un discorso sensato, dove puoi sperare di andare?
Io me lo ricordo bene il giorno in cui noi docenti di Lettere scoprimmo che, da quel momento in poi, avremmo dovuto insegnare ai nostri studenti a scrivere articoli di giornale e saggi brevi. Ci venne un coccolone. Prima di tutto perché i tempi erano strettissimi e la nuova maturità incombeva: pochi mesi e sarebbe stata lì, pronta a valutare noi, oltre che loro. Poi perché chi insegna Italiano non è detto debba padroneggiare lo stile giornalistico o essere saggista in automatico. Ma soprattutto perché articolo di giornale e saggio breve tutto sono, fuorché due tipologie di scrittura semplici. Si tratta di scritture specialistiche, per penne dotate, o quantomeno predisposte. Valli a insegnare a un ragazzo del Professionale a indirizzo Meccanico o a indirizzo Agrario (di certo bravissimi nei loro ambiti, ma –inutile negarlo- meno frequentemente predisposti per l’argomentazione scritta), i tratti peculiari di un saggio breve, i segreti tecnici di un articolo di giornale: vivrai un anno scolastico che non dimenticherai con facilità e le tue notti saranno piene di orrori.
Ma prontamente il Ministero ci venne incontro con i cosiddetti “documenti”: un malloppo di spezzoni, citazioni, brani estrapolati, financo opere pittoriche, che gli studenti erano chiamati a utilizzare nelle loro produzioni. E tu avevi voglia a bandire il “copincolla”: quello facevano. Un mosaico di frasi, un appiccicottìo di discorsi rabberciati, spesso in contraddizione tra di loro, senza capo né coda.
Dovemmo dire addio alla scrittura bella, quella personale, intima, autobiografica, psicologica (che tanto bene fa a quell’età) e bere quella purga collettiva (i ragazzi per scrivere, i docenti per correggere quelle corbellerie). Contro voglia, ma lo facemmo. Le case editrici stamparono e diffusero vademecum per insegnarci a insegnare quello che per il Ministero era diventato fondamentale all’improvviso: fare degli studenti italiani un popolo di saggisti e giornalisti. Agli esami di maturità svolti da quell’anno in poi ci fu sempre da discutere, perché mai il metodo di un professore soddisfaceva le esigenze del commissario esterno che veniva a esaminare i suoi studenti, in una catena d’infinite frustrazioni di cui hanno pagato lo scotto più che altro gli studenti stessi.
Ma ecco, pochi giorni fa, la notiziona. Si ricambia. Basta articoli, basta saggi. Basta addirittura (ma perché?) temi di argomento storico. A questa strage sopravvivono le analisi del testo, che saranno due anziché una sola (e probabilmente proporranno un testo poetico e uno narrativo, da recuperare nel panorama letterario dell’Ottocento oltre che in quello novecentesco) e il tema classico, il vecchio caro tema argomentativo che (proprio perché richiede argomentazioni) aiuta ad argomentare, quindi a riflettere, ad avere opinioni personali e a saperle articolare attraverso un bell’incipit, un sostanzioso corpo interno e un finale che (auspicabilmente) conferisca una circolarità all’elaborato ricongiungendosi a quello che si è scritto all’inizio. A tutto questo, poi, è stato aggiunto un nuovo ibrido che consisterà nel dover commentare un brano (letterario o d’altra tipologia) assegnato dalle alte sfere.
E dunque, io sono contenta. Amo il tema, sopporto l’analisi del testo, e mi va bene insegnare a riassumere e commentare lo scritto di un altro.
Però mi dico: se uno ha una quinta, a cui ha già fatto terza e quarta e che ha fatto esercitare in continuazione sulle tipologie precedenti, si ritrova adesso ad accantonare le fatiche di un biennio e a lanciarsi in soli nove mesi nell’esercitazione a una nuova tipologia. Non sarebbe stato meglio permettere ai prossimi candidati di conservare le forme di scrittura richieste finora e riservare quelle nuove ai maturandi dell’anno scolastico venturo? Non è una penalizzazione introdurre novità sulla pelle di chi ha poco tempo per abituarsi e imparare bene?
Ma sono domande che restano nel vento. L’unica cosa da fare è rimboccarsi le maniche e, da domani, dare inizio al nuovo lavoro che ci aspetta.

(per l’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

By bus

12 ottobre 2018

Generalmente vado a scuola in auto. Lo faccio per una serie di motivi: guadagno tempo, evito le attese ansiogene alla fermata dei mezzi pubblici e la promiscuità coatta e concentrata a cui essi costringono, non sono costretta a corse e scarpinate per coprire le centinaia di metri restanti, parcheggio vicino a scuola ed entro a lezione bella fresca, pimpante, non esausta da un tragitto che (vista la viabilità) può rivelarsi infernale.
Fino a pochi giorni fa, però, sono stata costretta a servirmi dell’autobus: anziché nella scuola dove insegno, sono dovuta andare in quella dove a giugno sono stata commissario esterno di Italiano e dove abbiamo dovuto procedere a un esame straordinario e suppletivo per uno studente che a giugno si era seriamente infortunato. Tale scuola si trova in centro e non è raggiungibile con l’auto. Prendevo infatti il 22. E tutte le mattine, sia all’andata che al ritorno, viaggiavo in compagnia di una folla di studenti di varia estrazione e molteplice destinazione, che ho potuto osservare e soprattutto ascoltare nelle loro esternazioni.
Come una Pollyanna sognatrice ai limiti della ragionevolezza, ho sempre pensato che le conversazioni tra studenti in viaggio da e per la scuola seguissero modalità che la mia mente tonta figurava. Tipo. “Stamani abbiamo due ore di Italiano: ma come spiega bene quella donna!”, “Davvero, con lei non ci si annoia mai.”. Oppure: “Oggi interroga a Matematica, ma io ho studiato e mi sento abbastanza preparata”. Ma anche. “Non ho studiato nulla, se prendo quattro la colpa è solo mia, il professore non c’entra nulla.”
Immaginavo che, di noi, cogliessero, valorizzassero e diffondessero anche gli aspetti positivi, la passione che molti di noi mettono in questa professione abbastanza ingrata, la dedizione, l’attaccamento che –volenti o nolenti- si sviluppa nei confronti dei nostri alunni. Credevo che i nostri nomi evocassero in loro non il sospetto, l’antipatia, l’orrore, ma un affetto segreto, una sotterranea simpatia, una sorta di complicità taciuta.
“Quella cretina d’Italiano oggi m’ha beccato mentre spippolavo al cellulare e me l’ha sequestrato. Ma cosa vuole, ma come si permette?”, “Quel deficiente di Scienze m’ha messo una nota perché non prendevo appunti, cioè, ma si è visto?!”, “Quello stronzo di Motoria pretende che faccia ginnastica, ma che vuole, io non porto nemmeno la borsa con il cambio!”
E poi ci dicono che siamo brutti, che siamo goffi, che siamo inadeguati. Cioè, “inadeguati” non lo dicono, troppo elegante, dicono ridicoli, grulli, scemi, pazzi. Ci trovano tutti i difetti, mentre stiamo lì in esposizione davanti a loro, nudi coi nostri limiti a bella vista, la nostra età che parla per noi, i nostri tic, le nostre abitudini comportamentali, i nostri occhiali da lontano, da vicino, leva e metti, le nostre dimenticanze, le nostre distrazioni, le nostre mancanze umane.
Manco si rendono conto degli sguardi allibiti e scandalizzati che suscitano negli altri passeggeri, loro così sbruffoni e strafottenti, sicuri di sé e arroganti, mentre vomitano parolacce condite da qualche bestemmia alla fiorentina, mentre annunciano che, una volta a casa, racconteranno tutto ai loro genitori e poi ci penseranno loro a sistemare le faccende.
Guardavo gli altri passeggeri che a occhi sgranati si guardavano, e intanto nel mio silenzio trasparente e investigativo cercavo nella memoria quello che ci dicevamo noi, andando e tornando dal liceo alla loro età.
Io per esempio ero innamorata del mio professore di Storia e Filosofia, ma innamorata proprio, per cui passavo il viaggio a uggiolare di tristezza quando lui non era in orario e a emozionarmi quando invece c’era e sapevo che di lì a poco lo avrei potuto vedere e ascoltare per due ore, lui che come Alberto Angela aveva quell’eloquio seducente e incantatore. Ma amavo anche la mia professoressa di Latino e Greco, ammiravo la sua bellezza fisica e la sua bravura intellettuale, la stima che provavo per quella donna era così forte che le declinazioni non mi facevano paura e le eccezioni erano la regola che m’imponevano di studiare anche per far felice lei, per non deluderla.
Certo, poi c’erano anche quei soggetti che mal digerivamo, ma mai ci abbandonavamo a un turpiloquio tale, a un disprezzo così ostentato e greve.
E insomma, ci son rimasta male da morire. Un magone sordo mi s’è appostato alla bocca dello stomaco e ci ha fatto la cuccia, un senso di straniamento, di imbarazzo, di mortificazione. Ripresa la mia auto e tornata nelle classi della mia scuola, ho ritrovato i miei studenti, i loro sorrisi, i loro apprezzamenti, i loro tentativi di intessere con me un rapporto affettuoso se non proprio amicale, le loro battute per smorzare le tensioni, la loro comprensione quando mi assale una caldana e chiedo loro di spalancare le finestre.
La tentazione di cedere all’illusione di essere amata si fa spazio a spintoni e gomitate.
Ma ormai non ci credo più.

(per l’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

O tutti o nessuno

8 ottobre 2018

L’occasione ce la dà un corso di formazione per giornalisti.
Partiamo per Assisi il sabato mattina presto, il corso inizia alle 10:30 (e dura otto ore, per un totale di dieci crediti deontologici), il programma è restare a dormire e fermarsi in Umbria anche l’indomani, abbiamo prenotato il solito agriturismo di due anni fa, quello dove andai insieme alla Livia (qui un ripassino).
Questa volta ci vado coi miei due cavalieri, uno a due, l’altro a quattro zampe, entrambi felicioni di partire e stare tutti insieme per un fine settimana umbro solo nostro.
Come tutte le altre volte in cui ci sono stata nella vita, il tempo è pessimo, Assisi appare avvolta tra la nebbia e mi fa lo stesso magnifico effetto da tonfo nella pancia.
Mi lasciano all’ingresso del corso e, mentre l’umano è pronto per una giornata da spendere solo insieme al cane a girellare, visitare, e assaporare prodotti solidi e liquidi tipici della regione, il cane -intuita l’imminente separazione del collaudato trio familiare- non nasconde segni di inquietudine.
Si blocca infatti davanti alla sala stampa. Sguardo, postura e atteggiamento parlano al suo posto: io non mi muovo di qui nemmeno se mi strangolate col guinzaglio.
“Allora ci vediamo alle 18 quando finisco qui, ok?”
“Ok” dice l’umano.
“Ok un cazzo” pensa il cane.
Infatti io entro, registro la mia presenza col tesserino elettronico, trovo posto in platea, permesso, scusate, grazie mille, mi sistemo, sfilo la giacca, estraggo moleskine e ipad, ascolto, scribacchio, mi rilasso. Come si sta bene qui ad Assisi. C’è sempre quest’atmosfera di pax et bonum, pace e bene, che avvolge anche chi non è cristiano. Tutti parlano sottovoce per le strade, perfino i bambini, che non schiamazzano e sono mansueti come lupi di Gubbio. La città è linda, e tanta pulizia ti fa sentire pulita pure l’anima. Ho portato con me anche le prime prove scritte somministrate agli studenti: quando il livello di attenzione avrà dei cedimenti, mi distrarrò correggendone qualcuna. Mi sento bene. Sono in un posto splendido, faccio una cosa interessante, e quando uscirò da qui troverò ad attendermi i due maschi che amo di più al mondo.
Ignoro del tutto che lì fuori, intanto, a pochi metri da me, si consuma la tragedia.

Impietrito dalla prospettiva di scorrazzare per Assisi senza la sua adorata mamma, un recalcitrante Bobi s’impuntava sull’acciottolato medievale e rifiutava di andarsene dal punto esatto in cui l’aveva appena vista scomparire. Al motto di “O TUTTI O NESSUNO” dichiarava quindi di indugiare in altro tempo ogni diletto e gioco e, data la fastidiosa insistenza dell’umano (che generalmente chiama babbo, ma che nell’occasione gli risulta odioso e quindi non riconosce come tale), triplicava il proprio peso corporeo assumendo la modalità cane defunto.
L’umano allora ricorreva a un taxi, che riconducesse lui e il cane al parcheggio (diametralmente opposto da lì) in cui sostava l’auto padronale. Sollevava di peso il cane e lo spingeva dentro l’abitacolo mentre il cane per protesta s’irrigidiva negli arti anteriori e posteriori assumendo la modalità cane paralitico e mentre il taxista guardava la scena inorridito. Giunti finalmente a destinazione, mentre l’umano era impegnato a pagare il conto del breve tragitto, il cane si cimentava in uno dei suoi più famosi numeri (colpo di collo con rinculo) e si sfilava la pettorina con una mossa che il mago Silvan se la sogna, lasciandola appesa e ciondolante al guinzaglio, che l’umano (sempre impegnato nel pagamento e nei ringraziamenti al taxista) percepiva vagamente come troppo leggero e moscio.
Ed eccolo, il grande Bobi fuggitivo, lanciarsi a perdifiato giù per i tornanti che da Assisi conducono a Santa Maria degli Angeli. E, annaspante e madido dietro a lui, ecco il povero umano che corre disperato nel tentativo (rimasto vano per un tempo incalcolabile) di acciuffarlo. Le cronache assisiate (anche per rispetto all’imminente Marcia della Pace) tacciono le eresie dal poveretto pronunciate a squarciagola.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene.

Per la prossima volta

5 ottobre 2018

I compiti per casa -siamo onesti- sono una gran rottura di palle. Per loro che devono farli e per me che devo correggerli. Temi, parafrasi, riassunti, commenti. Ventisei anni di questa vita qua. Finché, una mattina (questa mattina), l’illuminazione.

“Compito per casa: andare in Santa Croce durante il finesettimana, cercare la tomba di Ugo Foscolo di cui abbiamo appena studiato Solcata ho fronte, eludere la sorveglianza delle guardie e scattarsi un selfie accanto a lui. Poi inviarmelo sul gruppo.”

Pensavano scherzassi.

Toc toc

5 ottobre 2018

Prima ora.
Classe 3B.
Argomento della lezione, Incontro con l’autore: Dante Alighieri.
C’è silenzio assoluto.
Anche perché pochi minuti prima si son presi un cazziatone per quei quadernoni non apparecchiati come voglio io.
Bussano alla porta.
Nemmeno il tempo di dire avanti, che entra lei, trafelata, col fiatone di chi ha salito a corsa le scale, lo sguardo misto tra ansia e pentimento.
“Profe scusi scusi scusi, l’autobus, il traffico, ritardo, permesso”.
Farfuglia molte più parole, ma io capisco solo queste.
E la fisso per riconoscere chi sia, perché la classe è nuova e io non li conosco ancora bene, ma strizzo gli occhi, e la vedo.

L’Anarchica.
Voglio dire.
La mia Anarchica.
Della solita, medesima, identica classe.
La 5H dell’anno scorso.
E lo so che v’è venuta a noia questa tiritera, ma a questo punto non è colpa mia.
È colpa loro.
Che a turno mi piombano a scuola, in ottagono, in sala professori, in corridoio, ora addirittura in aula mentre faccio lezione, col solo scopo di distruggermi.

L’Anarchica (che tre anni fa si guadagnò l’epiteto grazie alla sua scrittura sprezzante delle regole) in un’estate sola ha perso quasi dieci chili. E prima tutto era fuorché grassa. Per cui adesso è una silfide. Altissima come la sua mamma (la nutrizionista che l’anno scorso venne a tenerci quella splendida lezione su come bisognerebbe alimentarci), con un vitino d’ape, una maglietta a righe e un paio di jeans cuciti addosso, entra in quella classe non sua con fare disinvolto, del tutto a suo agio nonostante lei sia molto riservata, e si va a sedere proprio al primo banco (dopo che per un triennio si era sempre defilata nelle retroguardie sfruttando teste altrui per celare le faccende in cui si affaccendava durante la lezione). Si piazza lì, e mi guarda, il sorriso sornione, l’aria di chi la sa lunga.
“Non sentirti obbligata a restare -le dico- Vai pure a salutare le altre colleghe.”
“Nonò -risponde l’Anarchica, anarchicamente- resto molto volentieri qui da lei.”
E mi tocca tenercela, perché non posso, lì di fronte a tutti, dirle che vederla di nuovo dietro un banco mi strazia il cuore e mi risucchia indietro, proprio laggiù in fondo da dove cerco di uscire, il gorgo nero dei ricordi che t’impediscono di andare avanti e di costruire ricordi nuovi. Non posso confessarle che, nonostante le abbia fatto lezione per tre anni, a farle questa lezione mi vergogno perché ormai la vedo grande, ormai la so lontana dalle dinamiche scolastiche, libera dall’obbligo di starmi a sentire e poi studiare e poi venire interrogata. Mi sento così in imbarazzo che perdo fili del discorso dappertutto e mi viene qualche balbettìo, qualche incertezza, e mille domande tipo: cosa penserà in questo momento, con quali occhi mi starà guardando, che cosa proverà adesso che è di nuovo in questa stanza dove tante volte facemmo lezione tutti insieme, ma i suoi compagni non ci sono più e intorno a lei ci sono solo facce nuove? Non le verrà un po’ di magone come a me, a guardarmi scrivere alla lavagna, fare le voci strane, scenette sceme per mantenere sempre alta l’attenzione di tutti?
Chissà cosa passa nella testa dell’Anarchica. Chissà cosa nel suo cuore. Lei così discreta, così riservata, a volte la sentivo distante da me, e ostile se la richiamavo perché mi stesse più vicina. E invece guardala qua, stamani, il viso disteso, il sorriso aperto, le frasi fluide con cui mi parla di cosa sta per accaderle.
Partirà presto per Londra e farà il provino per entrare all’università di Recitazione per realizzare il suo sogno e vivere di cinema.
Quando se ne va, due ore dopo, la guardo allontanarsi.
La ragazzina che era non esiste più.
Al suo posto è sbocciata una giovane donna pronta a mangiarsi il destino.