Per me l’infanzia ha avuto solo un nome. Ciappino.
Ciappino (detto anche Ciappo) era il mio orso di peluche. Medie dimensioni, pelo giallo senape, sguardo birichino, non ricordo neanche chi me lo regalò. Ricordo però alla perfezione quanto lo amavo. Ciappino era l’amico perfetto da abbracciare in qualsiasi situazione, sul divano mentre facevo merenda con pane vino e zucchero e guardavo A come Andromeda, sul pavimento mentre allestivo la mia mega fattoria popolata di animali da cortile tra cui una famiglia di ippopotami, una coppia di giraffe e tre rinoceronti, ma soprattutto a letto, nella notte, quando lo stringevo forte a me e anche la paura del cavallo sgozzato in quella scena maledetta del Padrino scompariva.
Ciappino è stato l’unico segno dell’infanzia che ho salvato dalla distruzione, a cui non sono sopravvissuti Teresa la rossa né tantomeno quell’odioso di Ciccio Bello, che mi stava sul cazzo da morire. Di quell’oca della Barbie poi non ne parliamo, non fecero in tempo a regalarmela che le avevo già mozzato quei capelli ossigenati da baldracca.
Ciappino invece era il mio amore e me lo sono portato dietro in tutti i diciassette trasferimenti di domicilio. In questa casa lo custodivo con una certa gelosia dentro un’anta dell’armadio, da cui lo estraevo di tanto in tanto per dargli un’annusata.
“Guarda, Bobi. Prima di amare così tanto Nello e te, ho amato lui, Ciappino. Te lo voglio presentare. Guarda bellino. Siccome quando ero piccola la mamma non voleva un cane in casa, io sfogavo tutta la mia tristezza su di lui, e sognavo che un giorno avrei avuto un animaletto tutto per me. Uh, scusa, mi suona il telefono, torno subito. Stai buono qui con Ciappino.”

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Un mio stimato e abilissimo collega ha messo in piedi un corso di Grafologia che sto frequentando con inatteso entusiasmo. Costui si ispira non alla grafologia italiana -prettamente peritale, ossia circoscritta all’ambito giudiziario e finalizzata ad analizzare e confrontare le scritture contestate con l’obiettivo di accertarne la veridicità- ma a quella francese -attenta non soltanto alla descrizione del carattere dello scrivente, ma anche all’analisi approfondita della sua personalità-. Il metodo francese si fonda sui principi teorici di Jules Crépieux-Jamin raccolti nel suo “ABC de la Graphologie” (1929), e si arricchisce del contributo di altri importanti grafologi.
Il grafologo, nel compilare il suo piano di lavoro sotto la voce “armonia”, dà una valutazione particolare a sette precisi parametri, che complessivamente vengono ordinati nella sigla P.A.C.O.S.S.O. per comodità di memorizzazione e indicano, nell’ordine dell’acronimo: PROPORZIONE (concerne sia la dimensione verticale che orizzontale, nonché quella degli spazi. Proporzione dunque tra le tre zone della scrittura -zona superiore inferiore e mediana-, proporzione tra minuscole e maiuscole, delle lettere centrali tra loro e rispetto agli allunghi, equilibrio spaziale); AISANCE (l’agevolezza e la scioltezza del tracciato, intesa come gesto di spontaneità e naturalezza, unita alla facilità di coordinare i movimenti. Una progressione spontanea abile e flessibile è indice di buon adattamento e dell’efficienza del soggetto); CHIAREZZA (intesa come leggibilità delle forme, che non devono presentarsi complicate, ma essere chiare nella struttura e anche in relazione allo spazio ben rapportato tra le lettere, le parole, i margini e le interlinee. E’ indice di una personalità strutturata e anche di chiarezza mentale); ORDINE (rapporto equilibrato tra bianchi/neri ed una certa cura nel modo di gestire l’impaginazione e di controllare il flusso gestuale. Chiarezza e leggibilità con un buon controllo della spaziatura, che indica appunto una relazione equilibrata con l’altro ed è espressione di una buona organizzazione del pensiero); SEMPLICITA’ (scrittura che non presenta nulla di artificiale, non ha tratti inutili né orpelli, non ha sovrastrutture superflue né forme eccentriche o esagerate. La semplicità, nell’ottica dell’armonia, lascia apparire la spontaneità di uno scrivente che si presenta così com’è. E’ anche indice di buon senso e di obiettività); SOBRIETA’ (essenzialità, intensità senza complicazioni o ricercatezza voluta. E’ una scrittura moderata nel movimento e nelle dimensioni. Oltre ad essere un segno di circospezione e di misura è anche l’attitudine a vedere l’essenziale e a scegliere le priorità); OMOGENEITA’ (il grafismo deve essere privo di discordanze importanti sia nel tracciato che nella firma. L’omogeneità, quando va oltre una semplice uniformità di direzione di continuità e di forma, si collega alla qualità profonda di una personalità unificata).
Come una scolaretta secchiona, al corso (a cui partecipa anche Bobi) siedo in prima fila e prendo appunti nel quadernino moleskine che mi regalarono gli alunni della 5H. A casa rileggo tutto e mi esercito sulle grafie dei miei nuovi alunni di 3B, che sto imparando a conoscere e che suddetto corso mi rende molto più leggibili nel loro aspetto psicologico e caratteriale.

Ieri ero nel Profondo Veneto a trovare il babbo. A cena c’erano anche il Frenky e il Rondine.
“Babbo, scrivi una frase che ti fo l’analisi grafologica!”
“Che frase devo scrivere?”
“Quella che vuoi, una frase a caso.”
Lui ha scritto “Oggi Bobi mi ha veramente rotto i coglioni”.
Mi sento la più incompresa tra le figlie.