Quando ti fai male sul posto di lavoro, del tuo caso se ne prende cura l’Inail.
Fino a un certo punto della tua convalescenza però di quest’Inail nemmeno l’ombra perché chi ti segue è il medico dell’ospedale in cui ti hanno portata dietro l’urlo sguaiato dell’ambulanza, un medico, nel mio caso, ruvido all’apparenza ma nella sostanza un uomo gentilissimo che mi ha presa, credo di poterlo dire, a cuore come si fa con i figlioli o con i cani; e io del resto con lui uguale, tanto che, se alla visita ci trovavo la sua sostituta, una dottoressa giovane e carina ma, se mi si permette, un poco fredda e troppo tecnica per il mio bisogno di rapporto umano, storcignavo il naso e prima di andarmene lasciavo a lui una letterina adagiata sulla scrivania che la vedesse al suo ritorno dalla sala operatoria.
A un certo punto però i medici dell’ospedale, per quanto bene possano volerti, ti licenziano e ti dirottano in via degli Orti Oricellari, dove ha sede l’Inail; un bell’edificione tutto bianco e ben tenuto, con un cortile interno, tre scalette e un atrio luminoso da accecare, con tante seggioline giro giro. Che uno entra e subito gli viene incontro un omone in camicia, corpulento ma agile, svelto, sveglio la sua parte: ha un appuntamento? Se ce l’hai premi tasto giallo, se non ce l’hai premi tasto rosso. In ogni caso farai un’attesa incredibilmente breve, perché tutto, all’Inail, è organizzato alla perfezione. E qui uno -trattandosi di istituto pubblico- penserà sé, ciao, e invece sì, fidatevi, l’Inail, quello di Firenze almeno, funziona che è un piacere andarci.
Intanto questo portiere con la fisicità di un lottatore e la gentilezza di un individuo d’altri tempi, seguirà la tempistica di ciascuno dei presenti e, giunto il tuo momento, ti darà tutte le indicazioni necessarie a non smarrirti nei meandri ma imboccare l’àndito corretto.
E poi tutto il personale, dagli impiegati allo sportello alle signorine all’accoglienza, dalle infermiere ai medici legali, una cordialità da non si credere. Ma vorrei, se posso, spendere qualche parola in più sulle fisioterapiste. Dopo la visita dalla fisiatra, ti viene assegnata una fisioterapista: si prenderà cura del tuo arto sbertucciato tutte le mattine, per un periodo di tempo che può essere anche molto lungo, o non molto, dipende da cosa ti sei fatto.
E così tutte le mattine prendi a recarti all’edificio bianco, che è proprio dietro la stazione, dentro il quale tutto assume un aspetto protetto e ovattato, come un uovo in cui ti appallottoli dimenticando quello che hai lasciato fuori, il traffico, i treni, la tramvia (benedetto chi la volle), la caciara e gli spintoni, per metterti nelle mani di una donna che maneggerà, bombarderà, stirerà, piegherà e riabiliterà il tuo arto.
Tutto questo non da sola, ma in compagnia. In compagnia di un mondo: tre muratori di orgine albanese che si erano tritati braccia e spalle e che ogni mattina portavano il caffè alle fisioterapiste; un peruviano dolcissimo e Modesto anche nel nome a cui il braccio non tornava ancora dritto; una thailandese caduta mentre serviva ai tavoli di un hotel a cinque stelle in centro; una preside scivolata come me sulle scale della scuola che dirige; un giovane socio di una cooperativa che lavora coi disabili, diventato a sua volta più disabile di loro; un signore caduto dallo scooter mentre consegnava biancheria pulita negli alberghi cittadini. Un mondo di storie a cui ogni mattina si aggiungevano dei tasselli, dei particolari, in una scoperta quotidiana di varietà umana piena di fascino, roba che ti faceva alzare la mattina e dire: uh che bello anche oggi vado all’Inail.

Se la vita si ferma

24 maggio 2019

Si vive in una corsa perenne, sveglia colazione doccia cane piscia cacca borsa libri auto traffico parcheggio scuola ciao buongiorno posso offrirti un caffè ci vediamo all’intervallo oggi interrogo profe mi giustifico li ha riportati i compiti quanto manca all’uscita auto traffico pranzo cane parco amiche bla bla bla ciao a domani aperitivo cena cinemino a letto presto a letto tardi.
Poi, un giorno, la vita si ferma. La vita ti ferma.

“Accidenti, ho dimenticato la mia scatolina di latta con i gessetti colorati nell’aula al piano di sotto: voi intanto prendete tutto quello che ci serve per fare Divina Commedia, io corro giù e torno subito!”
Ho corso troppo forte. Non sono più tornata.

E sì che le scarpe ai piedi ce le avevo bassine bassine. Ma il destro è andato di traverso e io col peso della scavallata mi ci son buttata tutta sopra, allegra e frettolosa che era sabato e tra tre ore saremmo usciti e per tutti noi sarebbe iniziato il finesettimana.
Per me stava per iniziare una prigionia lunga due mesi e mezzo.
Ho sentito fare CRACK! e il piede non mi ha retto più, le scale le ho fatte con il corpo, accasciato alla fine della rampa addosso al muro, una voce che non mi conoscevo urlava aiuto aiutatemi vi prego, la testa correva ad un pensiero solo, Bobi, signor’iddio fa’ che non mi sia rotta nulla o come farò con Bobi.

“Si tratta di una severa distorsione della caviglia con frattura del metatarso. Adesso la ingessiamo. Per dieci giorni starà distesa a letto e terrà il piede sollevato, appoggiato su cuscini. Si alzerà solo per andare in bagno e stando bene attenta a non appoggiare assolutamente il piede in terra. Si procuri un paio di stampelle. Tra dieci giorni tornerà qui a farsi rivedere. Le faccio un certificato per un mese.”
(Piangendo e tirando su il moccico col naso) UN MESE?! Io NON POSSO stare a casa per un mese! Faccio l’insegnante!”
“Uh che bello, e dove insegna?”
(Piangendo e seguitando a smoccicare) All’Artistico di Porta Romana, ho tre classi di cui una quinta, devo prepararli alla maturità, non è pensabile che io stia a casa per un mese, io…”
“Lei starà a casa almeno per un mese. Ma vedrà che dovrà starci molto di più. Coi piedi, signora, non si scherza. In quanto alla scuola, non ne farei una tragedia: prenderanno una supplente.”
(Sempre più disperata) Lei non capisce! Le classi… i ragazzi… il programma… (si soffia il naso con rumore)… le scadenze… i voti… il pagellino interperiodale…”
“Non capisco proprio perché pianga. Dovrebbe prima di tutto pensare alla sua salute.”
(Sull’orlo della disperazione) MA IO HO UN CANE!”
“Alt. Allora questo cambia tutto. La capisco perfettamente.”

È così che io e l’ortopedico siamo diventati grandi amici.