Un triennio da sogno

30 agosto 2019

Sarà stato… quando? Piùo meno un anno fa. Una collega a scuola (eravamo sotto il portico che guarda il Parco della Pace, nostro angolo di paradiso nelle ore buche) me ne parlò per la prima volta.
“… E comunque io voglio fare il dottorato di ricerca” disse.
“Davvero? E puoi? Voglio dire, adesso che lavori e che hai chiuso con l’università da diversi annetti.”
“Certo che posso! Possiamo! Anche tu puoi!”
“Io?! Sìe, io tra un po’ vado in pensione.”
“L’età non c’entra mica nulla. E nemmeno il tempo che è passato da quando ti sei laureata. Noi il dottorato possiamo farlo sempre!”
“Ma noi chi?!”
“Noi dipendenti statali, noi che insegniamo nella scuola pubblica!”
E mi spiegò che, insomma, bastava avere un argomento da proporre in ateneo che risultasse interessante ai docenti universitari, trasformarlo in un progetto scritto bene e il gioco era (quasi) fatto.
“Fatto… più o meno. In realtà, oltre a trovare un tema valido, c’è poi da sostenere un concorso e vincerlo. Una volta idonei, per tre anni siamo sollevati dall’attività lavorativa e possiamo tornare a studiare mentre il Miur ci conserva il posto e lo stipendio.”
Io con i concorsi ero convinta di aver chiuso dopo il culo spaventoso che mi ero fatta vent’anni fa a prepararne due (quello ordinario e quello riservato) per conseguire l’abilitazione all’insegnamento. Tutta la Letteratura Italiana dalle origini a ieri; tutta la Storia dalla preistoria in qua; tutta la Geografia compresa quella umana, economica e sociale. Un mazzo che mi lasciò stremata per mesi. Uno stress per lo scritto pari solo a quello per l’orale.
Ma a me studiare piaceva. E piace ancora. Non dico quell’oretta quotidiana con la quale pianifichi la lezione per il giorno dopo. Dico lo studio-studio, quello che t’infili di capo dentro ai libri la mattina e ne riemergi solo per mangiucchiare qualcosina, e dopo ti rimetti lì gobba sopra a quelle carte fino alla sera tardi. E fai gli appunti, gli schemini come insegni ai ragazzi a scuola, dopo aver letto, inteso e sottolineato. Insomma lo studio da secchiona. Quanto mi piace. Alzarmi dalla sedia e trovarmi mezza arrocchettata per la posizione curva e sghemba tenuta troppo a lungo, dovermi stendere per terra con due libro sotto la testa e fare un po’ di tecnica Alexander. A me studiare non è mai venuto a noia. E quando gli anni dello studio all’improvviso terminarono, a me dispiacque da morire.
Ma quella storia lì del dottorato mi appariva remota, lontanissima dalle mie possibilità e dalla mia vita in generale. Che poi, chi ce lo aveva un argomento da proporre?
Ma hai visto a volte la vita come fa? Ti viene incontro, ti offre su un piatto dorato quello che tu eri convinta di non trovare mai. A me lo fece trovare dentro un canzone di Bobo Rondelli. E mi spinse, sempre la vita, a contattare l’artista livornese che già amavo così tanto. Come una pisserina, gli scrissi un messaggino tutto imbalsamato in cui gli dicevo che facevo la professoressina in un liceino di Firenze e che bla bla bla mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lui per capire meglio ancora il testo di quella canzone e la persona che ci si nascondeva dietro e insomma bla bla bla che forse avrei potuto tentare di proporlo all’università e magari chi lo sa bla bla bla farci su un lavoro bello. Un monte di parole, per ricevere da lui una riga di risposta: il suo numero di cellulare.
E già per me, quella sera in cui partii da Firenze per andare a cena insieme a Bobo (e a mezza Livorno che passando di lì s’intratteneva), era come aver vinto una decina di concorsi tutti insieme. E conoscerlo, e parlarci, e nelle settimane successive andarci più volte a pranzo insieme, in piazza Garibaldi da Michela o dal Piulle in via dell’angiolo, e poi andare con lui, Gianni e la Mirta alle botteghe dell’usato a comperar cappelli di stoffa e cappotti di pelle, e scambiarsi libri e regalini, era meglio che fare cento dottorati.
Ma quello non era che l’inizio del regalo che la vita aveva deciso di farmi.
Il secondo fu quello di farmi ruzzolare dalle scale a scuola e stroncarmi il piede e la caviglia. La maledetta immobilità mi permise di tornare la secchia che ero e studiare per il concorso senz’altri pensieri.
Il terzo, più recente, è stato quello di farmi vincere il concorso sostenuto per metà in lingua italiana e per metà in una lingua (quella inglese) che ero convinta di non ricordare nella maniera più assoluta ma che, grazie alla Tiz e alle sue lezioni private e generose, ho rispolverato e imparato ad apprezzare.
E insomma sì, lunedì rientro a scuola per il Collegio dei Docenti, e il 16 in classe per fare lezione. Ma il primo di novembre saluterò tutti e per tre anni, anziché un’insegnante, sarò una dottoranda.
E (Pisa merda) andrò a vivere a Livorno. Ma questa è un’altra storia.

Approfondimento

6 agosto 2019

Quindi?

E insomma si diceva?