Amore a prima vista

15 settembre 2019

Vero o no che con le case è come con gli umani? Un giorno ne vedi una e pensi: eccola, è lei, è la mia. Quella casa prende subito a parlarti, a sussurrarti: prendimi… prendimi… sono io, sono quella giusta, quella che cercavi, sono la casa dei tuoi sogni. Ma una casa non è mica una maglietta, che in cinque minuti la vedi, la provi, senti che ti calza e te la compri. Con una casa ci devi un po’ pensare, rimuginare, tornare a casa tua e sentire che quella là ti parla ancora, ti seguita a ronzare dentro il capo, mentre inizi a guglare come arredare un terrazzo, come sistemare una veranda tutta vetri, come costruire un lettone coi materiali da recupero, come trasformare una Singer in una base per il lavandino in bagno. La notte ti addormenti vagando mentalmente per le sette stanze immense di quella grande casa, che sta proprio nel quartiere che piace tanto a te, vicina al centro ma non dentro il casino, vicina al mare che ci arriveresti in pochi passi, e lungo la sua via tutti i negozini di cui avresti bisogno nella quotidianità, la bottega per gli animali, il panaio più buono di tutta la città, il fruttivendolo che non ti spenna, l’alimentari vecchio stile con i prodotti locali e genuini, il porto mediceo a un tiro di schioppo per scendere a comprare il pesce di giornata. La mattina ti svegli e il primo pensiero è lei, quella casa possente e immobile che hai lasciato in quel punto preciso della strada, sull’incrocio, dove sai che presto la ritroverai perché tornerai a vederla. E scorri la raffica di foto che hai scattato, e allarghi sul particolare, il battiscopa, l’angolino sbertucciato, i pavimenti di una volta, i panorami dalle finestre antiche.
Vai a trovare il babbo e glielo racconti, lui all’inizio sgrana gli occhi e dice: ma che fai sul serio?! E poi però quando la vede dice: madonna bella! E t’appoggia, t’incoraggia, ti dice: vai, fallo, hai ragione, ne vale la pena. Al Collegio dei Docenti lo racconti ai colleghi che c’hai accanto e uno dice: il lettone coi materiali di recupero te lo costruisco io. Un altro: io ti regalo quel mobile di gusto industriale che non posso più tenere e che ti ci starebbe proprio bene. E un altro: anch’io in cantina ho diversa roba che potresti recuperare e restituire a nuova vita. Intanto io quella casa l’arredo mentalmente, la monto, la smonto e la rimonto mille volte, il tavolo bianco rotondo lo metto lì, la vetrina del 1914 di là, il mobile del collega in una delle due camere, la mia grande libreria nello studio luminoso.
Chiami la banca, contatti il Fondo Espero, metti insieme la somma che puoi raggiungere, per una volta nella vita hai voglia di mattoni tuoi, la vocazione congenita al nomadismo abitativo ti abbandona lentamente, sei pronta, attempata ma pronta, a fare il passo che quasi tutti fanno da giovani e che tu hai sempre detto di non voler fare perché hai sempre pensato che niente in questa vita è nostro, solo la terra, il cielo, il mare, e quelli già ce li hai.
Ora però quella casa favolosa senti di volerla, senti di potertela permettere, sai che potrebbe cambiare la tua vita, e sai che sarebbe una vita ancora migliore. E quindi chiami l’agente immobiliare che te l’ha mostrata e gli dici: torno a vederla, la vorrei, anzi la voglio, vediamoci domani, alle 11, sul portone, all’angolo, come una settimana fa, ok?
E quando lui ti dice che un’altra agenzia l’ha già venduta, è come se quella casa ti cascasse tutta addosso, all’improvviso, sopra il cuore.

Io sono sempre stata innamorata di Firenze. Ero una ragazzina e sognavo il giorno in cui mi ci sarei trasferita. Andai a lavorare in Lombardia e tutte le notti dei cinque anni successivi mi sono addormentata pensando che prima o poi ci sarei tornata. Di Firenze mi piaceva tutto, anche le cose che non piacciono ai fiorentini. Il traffico, le code sui viali, il numero eccessivo di turisti in centro, le voci becere dei bottegai, gli scooter che t’entrano anche in tasca, le differenze abissali tra i quartieri. E quando finalmente mi ci trasferii, e ci tornai dopo l’esilio volontario, feci il possibile per godermela tutta, spremendola come un’arancia piena di succo rosso e zuccheroso, sfruttando ogni occasione per saltare sulla bicicletta e raggiungere quello che mi offriva per quel giorno, una mostra, un cinema, un concerto, un tè con le mie amiche, un aperitivo lungo l’Arno, la presentazione di un volume, una conferenza, un corso di ballo, un corso di yoga, un corso di pilates, un corso di cinese, con la Moleskine che certi giorni finiva lo spazio e non sapevo dove scrivere che alle cinque e mezzo alle Oblate c’era Leggere per non dimenticare. A Firenze ho vissuto i miei amori più importanti, ho preso qualche cantonata, sono andata a sbattere contro un calesse pericoloso e gigantesco a cui adesso graziaddìo non penso più. E ogni volta che camminavo sopra le sue pietre la trovavo sempre bella, bellissima, la città più bella di tutto il mondo, e l’emozione mi saliva in gola, i brividi mi si spandevano sulle braccia, gli occhi cercavano particolari ancora mai visti e si appoggiavano sulle conferme del suo splendore eterno. Sentirmi anonima dentro le folle che attraversavo ma non sentirmi sola, mescolarmi a gente che non avrei mai più incrociato nella vita. Tutto mi affascinava, e la guardavo come si guarda la persona che si ama, vedendone solo i pregi, negandone ogni difetto. Ho cambiato undici case e ho assaggiato la vita di ogni quartiere.
Poi, non so com’è accaduto, ho iniziato ad amarla sempre meno, che palle questi turisti che passano, consumano e se ne vanno distratti e frettolosi, che tristezza queste botteghe antiche che chiudono per far posto ai moderni mangifici, che pena scoprire pisciate ai muri del centro, e che agonia pagare anche l’aria che dobbiamo respirare. E le occasioni culturali sì belline, ma che casino per arrivare in centro, che gente volgare nei locali, che livello di nervosismo per le strade. Contemporaneamente, mi sono innamorata di un’altra.
Livorno da piccina credo di non averla neanche mai vista. Non posso dire di averci dei ricordi d’infanzia, le mie vacanze erano altrove, il babbo e la mamma non mi portavano su quel punto della costa, ma più a sud, il mare per me iniziava da Grosseto. Fu Claudia a trascinarmici, da grande, ma tante estati fa. Un’amica di un suo amico aveva invitato quel suo amico e gli aveva detto porta anche qualche amica, e lui l’aveva detto a lei, che l’aveva detto a me, che l’avevo detto a lui, che l’aveva detto a loro. Ci ritrovammo in sette in un appartamento lungo la via Grande, abbarcati nei lettoni, pigiati in cucina a preparare pesce fresco, e sempre a giro per mercati e strade con le ciabatte ai piedi, un permesso dei vigili per parcheggiare sotto casa e la sensazione che quella città mi avesse accolta prima ancora di domandarmi il nome.
Ma soprattutto furono gli anni successivi a convincermi che Livorno accoglie. Ci si andava il sabato, la domenica, d’estate, d’inverno, mezzi gnudi, intabarrati nei cappotti, con la scusa di mangiare il pesce, di vedere il mare, di ascoltare i livornesi mentre parlano, di bere uno, due, tre ponci al mandarino, di mangiare un frate fritto, un cinque e cinque dalla Gagarina. E ogni volta era così facile attaccare discorso, stabilire una relazione coi passanti, ridere coi venditori di ciarpame. Livorno senza turisti, genuina, verace, linguacciuta, lenta, rilassata, vagabonda, Livorno che se ti girano i coglioni vai sul mare e passa tutto, iniziò a diventare il mio nuovo amore.
Adesso la notte mi addormento pensando che forse quella casa in Borgo Cappuccini, un giorno, potrebbe essere la mia.