Un esperimento

30 giugno 2020

Lo incontro al piccolo parco per cani vicino casa, fazzoletto d’ombra in giorni di luce esagerata. Parliamo di cani, il suo si chiama Biagio, un bell’incrocio nero, viene dal canile, no, non è castrato, è intero, come si dice in gergo padronale, strano però, in canile li castrano tutti, eh lo so però lui no. Generalmente scorbutico con gli altri maschi, va però d’accordo con Bobi, intero pure lui. Mi ascolta un po’ e deduce che vengo da Firenze, bella Firenze, e come mai a Livorno, i soliti discorsi che rifilo a tutti, perché la amo, mi garba e mi ci sento bene, come quando trovi il tuo posto dentro il mondo. Non ci presentiamo, non mi dice come si chiama né vuole sapere come mi chiamo io, non mi guarda quasi mai, anzi, mi parla di tralice, un po’ di sbieco, come se temesse di passare da lumacone, quasi vorrei dirglielo, che qui a Livorno nessuno è lumacone, al massimo se gli garbi te lo dicono sul viso e vanno via, ma nessuno ti mette in imbarazzo o è sconveniente, l’altra sera per dire andavo al cine e due da una terrazza al quarto piano berciano ROSSA!, io li guardo a naso in su e quei du’ torsoli si nascondono accucciati, poi risbucano e riberciano ROSSA!!, allora gliel’ho chiesto, cosa c’è, date retta, che vo bene per l’ingresso al cine?, e loro sìsì, sempre avanti e dopo giri a destra, ciao, ciao. Son così i livornesi, se li sgami s’imbarazzano perfino.
Il babbo di Biagio insomma non mi guarda e non mi domanda nulla di personale, però mi dice due cose che mi son piaciute un monte, la prima: se vuoi conoscere una città, vai al cimitero. La seconda: Livorno è un esperimento. Al cimitero ci sono andata subito il giorno dopo e a questa cosa dell’esperimento non fo altro che pensarci.

Quando il mio trasferimento a Livorno era ancora allo stato non dico embrionale ma proprio onirico, io seguivo tutto quello che profumava di questa città, e su instagram guarda caso a proposito di questa si spalanca un mondo di immagini e battute. Presi così a pedinare livornogramm, livornesity, livornoinbattello, thecagelivorno, itesoridilivorno, livornosuimuri, decircuslivorno, destinationlivorno,urbanlivorno, storiadilivorno, livornosera, pasticceriacristianilivorno, vernacolierelivornocronaca, buongiornolivorno, vivolivorno, volgolivorno, insomma una roba da fuori di capoccia.
In una delle mie scorribande labroniche virtuali, un giorno, m’imbattei per puro caso nella pagina di un uomo fissato con Livorno come me, tanto da darsi il promettente nick di BoiaDé.
BoiaDé compariva nei propri scatti spesso al fianco di una ragazzina sempre sorridente che s’intuiva essere la su’ bimba e si capiva che il sogno di quei due era spiccicato al mio, scappare da Firenze e trasferirsi sulla costa in pianta stabile. Gli lasciai qualche timido commento e lui mi rispose. Fu il contatto di un giorno solo, un breve scambio di parole in cui BoiaDé si fece aiutare da Pier Paolo Pasolini per convincermi (ma non ce n’era bisogno) che il futuro felice non era in quella città diaccia d’inverno e irrespirabile d’estate, bella sì per l’amor d’Iddio, nulla da dire, ma negli ultimi anni diventata veramente esosa, antipatica e respingente (Firenze), bensì quell’altra città, più piccolina, a misura d’essere umano, ventosa ma comunque calduccina d’inverno, ventilata e frescheggiante d’estate, tollerante aperta e scoglionata, furba e a volte mettinculo, eppure generosa oltre misura (Livorno).
E così io e BoiaDé ci salutammo gentilmente, dicendoci che un giorno, chissà, magari ci saremmo incrociati lungo la Via Grande o in piazza Modigliani.
Poche settimane dopo, una sera, venni a Livorno per incontrare Bobo Rondelli e parlargli di un progetto che mi frullava in testa. Entrai nel ristorante dove Bobo mi aveva dato appuntamento e allo stesso tavolo, seduto accanto a lui, chi c’era? BoiaDé con la su’ bimba, sorridenti e belli come nelle foto che avevo visto in instagram. “Ma te sei BoiaDé!” esclamai io, “Ma te sei Pippi Stinta!” disse lui. Diventammo amici.
Molte volte, dopo quella sera, ritornai a Livorno a bordo del furgone di BoiaDé, che si chiama Gianni, insieme a quella bimba speciale, che si chiama Mirta. Lui cercava casa e noi gli s’andava dietro. Poi la trovò, la comprò, fece il trasloco, e a Firenze non c’è più tornato, proprio come me un annetto dopo.
E insomma nulla, oggi BoiaDé viene a montarmi le pale al soffitto della camera e rimane a cena, lesso rifatto con patate e schiacciata livornese di Cristiani. Perché la vita è così, una sorpresa senza fine.