Carrambate

24 luglio 2020

Questa la devo raccontare perché è troppo bellina.
C’era un incontro dal titolo “La scrittura ti cambia la vita”, presso il caffè Palcoscenico di Livorno, organizzato da tre giovani universitarie animate dal benedetto fuoco della cultura, della conoscenza e della condivisione. E c’era uno scrittore (ma anche docente di Lettere alle scuole superiori) di origine lucchese che tredici anni fa ha mollato tutto e si è trasferito qua. Insieme a lui c’era anche un giovane donna che lui ha presentato come autrice e traduttrice, una fascinosa nomade di Forte dei Marmi che però ha vissuto e vive tra la Polonia, Berlino e Parigi. Rispettivamente Michele Cecchini e Irene Salvatori.
L’incontro prevedeva una prima parte tutta per loro due, una seconda con aperitivo in mezzo con coctail e frutta fresca, e una terza con discussione aperta al pubblico.
Mi piace il ping pong che fanno i due ospiti della giornata, si passano la parola vicendevolmente, non sono autoreferenziali né ombelicali, non pesano né giocano ad atteggiarsi (lui ha un calzino blu e uno nero, a lei manca un bottone dal vestitino a righe), leggono brani che mi sembra di sentire per la prima volta.
Siccome lui cita anche il poeta (semisconosciuto) a cui sto dedicando il dottorato, chiaro, mi emoziono. E fattami coraggio prendo la parola semplicemente per dirgli grazie di conoscerlo, di nominarlo, di contribuire a diffonderlo.
Ma mentre dico le mie poche parole, lei spalanca gli occhi e dice: ma tu sei la Landi! Spalanco gli occhi anch’io, ma lei va avanti: ti ricordi di me? No, dico scuotendo il capo. Lui guarda il pubblico e spiega: siamo di fronte a una carrambata. Dai, fa lei, la Polonia, le inquiline, il blog!
Quindici anni fa esatti (era il 2005) ci eravamo incrociate nell’etere, io firmavo “Profe, mi giustifico” dove parlavo di scuola, lei firmava “Le inquiline” dove parlava della sua vita originale in Polonia. Erano i tempi dei blog, i primi, quelli veri, poi superati dai social, che non son nemmen parenti. I blog erano un’officina di scrittura, ma anche dei salotti virtuali, delle case del popolo immaginarie dove ci si ritrovava insieme a gente di ogni tipo, spesso assurda, ancor più spesso geniale e intelligente. Splinder era la piattaforma che ci dava ospitalità gratuita e noi tutti i giorni ci davamo appuntamento tacito. Chi prima, chi dopo, passava, leggeva e diceva la sua, firmandosi con un nome finto e spesso buffo. Sono nate grandi amicizie grazie ai blog, addirittura qualche amore.
Le inquiline leggevano sempre la profe, la profe leggeva sempre le inquiline. Finché un giorno la profe e le inquiline si incontrarono, a Viareggio, per una giornata da passare insieme e da terminare al Forte dei Marmi, all’inaugurazione di una mostra audiovisiva. Fu quella l’unica occasione in cui si videro, si strinsero la mano e si abbracciarono, poi mai più.
Fino a ieri.

La bella movida

8 luglio 2020

Sono già sei mesi che vivo a Livorno. Nel mezzo c’è stato lo straniante lockdown, ma posso iniziare a fare qualche bilancio. Ho fatto bene? Mi sono pentita? Mi manca Firenze?
Uno dei motivi che mi hanno spinta ad abbandonare la città che ho adorato per anni è legato al tema della cosiddetta movida, il movimento notturno, la vita sotto le stelle. Sarà che invecchio, ma quella fiorentina mi piaceva sempre meno, e alla fine mi nauseava addirittura. Firenze in passato l’ho sentita come casa mia, accogliente, amabile, sicura: a trenta, quarant’anni rincasavo nel cuore della notte e non c’è mai stata una volta che un timore mi attraversasse la mente, o che rientrassi delusa dalle mie scorribande. In auto, in bicicletta, a piedi, ne percorrevo le strade a cuor sereno, come quando cammini a fianco dell’uomo che ami e di cui ti fidi, e ti lasci portare per mano dove vuole, e lo segui a occhi chiusi. Poi non so cos’è successo: ho avuto meno voglia di chiasso?, mi sono annoiata dei soliti luoghi?, non avevo più l’età per bisbocciare? Fatto sta che ho rinunciato sempre più alle uscite, preferendo un libro a mamma Santo Spirito. A volte ci ho riprovato, ma che vi devo dire, un ciarpame, un sudiciumaio (per non dire troiaio), un caos brutto di gente irrispettosa, urli, berci, file di gente a liberarsi la vescica lungo il muro della chiesa più bella di tutta la città, parolacce offese e bestemmie urlate al prete durante la celebrazione delle messe. Il mio tempo è passato, pensavo, uscire la sera non fa più per me.
Poi mi sono trasferita qua. Esco quasi tutte le sere, a volte per un aperitivo sul viale Italia, alla storica Baracchina Rossa o alla Vela; a volte per una cena alla Venezia, il quartiere che pullula di locali, ristoranti, pub e birrerie, mentre le barche attraversano i suoi canali costruiti sul modello della Serenissima. A volte faccio una semplice passeggiata, vado a uno dei cinema all’aperto, in Villa Fabbricotti, alla Fortezza Medicea, all’Ardenza. C’è un clima incantevole, e non mi riferisco solo a quello meteo: dico il clima umano, l’atmosfera tra simili, allegra ma mai becera, rilassata e mai svaccata, libera ma sempre rispettosa. Mi piace questa cosa che i livornesi tengano alla loro città: magari sono i primi a criticarla, ma la proteggono dai cialtroni e dai turisti che (tendenzialmente) passano, consumano distratti e se ne vanno. Mi piace che Livorno sia pensata e organizzata per i livornesi, che i luoghi pubblici rispettino le esigenze degli abitanti locali, che non fioriscano ovunque mangifici anonimi con merce dozzinale a bella vista, ma si mantengano invariati posticini storici che la gente ama e frequenta da decenni perché sono sinonimo di garanzia e di qualità.
A volte penso: forse sono vittima dell’incanto iniziale, forse non sono obiettiva, sono accecata dalla novità. Ma poi parlo con loro e capisco che è davvero come dico io: i livornesi infamano Livorno ma guai a chi gliela tocca, come la mamma, solo noi possiamo criticarla, perché ne conosciamo i segreti e il valore.
E quindi sì, ho fatto bene, anzi benissimo, a trasferirmi qua (avrei dovuto farlo molto prima); no, non sono affatto pentita. E purtroppo no, non mi manca per niente quella Firenze che ho lasciato.

(per “Il Corriere della Sera”)