La fata madrina

9 agosto 2020

Fui portata a battesimo da Aleandra e Vittorio. I miei genitori li avevano scelti come mia madrina e mio padrino. “Ma che cosa fanno il padrino e la madrina?!”, chiesi un po’ più grande alla mamma. “Non fanno nulla, per adesso. Ma se un giorno io e il tuo babbo si dovesse morire, prendono il nostro posto e ti tengono con sé”.
Questa frase, che la mamma aveva buttato là con quel fare spiccio che la tipizzava, mi segnò. E in tutti questi anni, ogni volta in cui mi capitava di incontrarli, ho sempre guardato Aleandra e Vittorio (Ale e Vitto da ora in poi) con due occhi di riguardo.
Ale e Vitto non hanno mai avuto figli, nonostante una predisposizione innata e palese all’amore per i bambini degli altri: per questo i miei genitori avevano scelto proprio loro, anziché attingere al folto gruppo di fratelli e di sorelle che vantavano in famiglia. Non solo: Ale da giovane era stata l’amica del cuore della mamma e anche se da grandi non mantenevano una frequentazione assidua e giornaliera, la mamma non aveva mai scordato quanto aveva riso con quella ragazza dal caschetto biondo platino.
Entrambe lavoravano in vetreria ed entrambe non riuscivano a tacere. Chiacchieravano di tutti e di ogni cosa, e fin qui passa. Il dramma era che al verbo abbinavano regolarmente la risata, talora motivata, ma più spesso insulsa, astratta, scema e reiterata. Ridevano per ridere, ridevano guardandosi, ridevano per vivere.
E anche quando furono cresciute, furono sposate e si furono materialmente distanziate, bastava loro incontrarsi per puro caso che subito ridevano, ridevano e ridevano ancora.
Potevano passare mesi di silenzio. Poi un giorno, all’improvviso, Aleandra telefonava. Lo sentivi subito che era lei, perché la mamma iniziava a ridere. I motivi per cui Aleandra chiamava potevano essere fondati o inesistenti, ma immancabilmente inducevano al riso, quello di pancia, libero e liberatorio.
Una sera Aleandra telefonò con una notizia clamorosa.
“Indovina chi ho incontrato oggi per la strada!” disse alla mamma.
“Non lo so” le disse lei.
Così Aleandra si addentrò in uno dei suoi racconti più esilaranti, narrati con la sua voce roca di natura e di sigarette, e disse che, proprio quel pomeriggio lì, poche ore prima insomma, si era imbattuta casualmente nel Peebes. E giù ridi come una pazza.
“Il Peebes? – disse la mamma – E allora?!”
Il Peebes era un omino che aveva lavorato insieme a loro in vetreria, tanti anni prima. La mamma non capiva cosa di lui facesse tanto ridere Aleandra.
“Rido perché mi pareva gnudo!” spiegò Aleandra. E (ridendo a crepapelle) scese nei particolari, descrivendo senza pietà quel pover’omo. Pare procedesse in bicicletta (era estate) vestito di beige da capo a piedi. Ma poiché era pelato e aveva l’epidermide del medesimo colore dei tessuti della maglietta e dei pantaloni, da lontano dava l’impressione di girellare in bici nudo. Questo non solo scatenò l’ilarità immediata di Aleandra, ma si trascinò dietro quella di mia madre e le spinse entrambe a coniare il nome di un nuovo colore.
“Hai mica visto il mio cappotto peebes?” e giù ridi.
Per decenni è andata avanti questa storia del color peebes. Io la tramando ai miei attuali affetti perché non si perda ma resti viva. Anche se adesso le inventrici di quel nome favoloso non ci sono più.

Dedico questo ricordo ad Aleandra, che ci ha lasciato due giorni fa, e a Vittorio, suo marito, il suo amore immenso, l’uomo che le è rimasto accanto ogni momento guardandola sempre con gli stessi occhi innamorati che gli vedevo sul volto quando ero bambina.

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