Il fiorentino dimenticato

27 settembre 2020

Mi piacerebbe fare un esperimento: girellare per le strade del centro di Firenze e domandare a caso: “Scusi lei, conosce Emanuel Carnevali?”. Per agevolare la risposta, batterei soprattutto la zona di via Montebello, dove sorge tuttora la casa natale del mio personaggio misterioso (anche se non vi è mai stato apposto uno straccio di lapide commemorativa): sono sicura che nove fiorentini intervistati su dieci risponderebbero di no.
Nemmeno io lo conoscevo, prima di porre attenzione a cosa diceva Bobo Rondelli nel brano intitolato, appunto, Carnevali. “Semino parole dalla tasca bucata/ coriandoli che lasciano colori nelle strade grigie/ sto con Ciampi e Carnevali/ ed altri poeti guaritori dell’inutile/ e siamo noi i più inutili dell’inutile”. Chi fosse Piero Ciampi lo sapevo. Ma chi poteva essere questo Carnevali? Mai avrei potuto immaginare che quella “googlata” casuale avrebbe cambiato la mia vita.

Manuel Federico Carlo nasce il 4 dicembre 1897 a Firenze, in via Montebello 11, da Tullio Carnevali e Matilde Piano. Emanuel, come più tardi si farà chiamare, viene al mondo dopo che i suoi genitori si sono separati. Dopo un’infanzia segnata dal disagio economico e dal dolore affettivo (la madre, morfinomane e gravemente depressa, muore a soli trentacinque anni; gli studi nel Collegio Foscarini di Venezia vengono interrotti da un’espulsione legata a una sospetta relazione omosessuale con un compagno; il rapporto con il padre, commissario prefettizio, a cui il ragazzo viene prontamente rispedito, è problematico e conflittuale), a soli sedici anni Emanuel s’imbarca sul Caserta e dopo giorni di navigazione sbarca a New York. Non parla una parola d’inglese e non ha un mestiere, ma ne svolge molti e tutti umili: cameriere, garzone di drogheria, pulitore di scarpe e di pavimenti, spalatore di neve, raccoglitore di mozziconi di sigaretta. Impara quella lingua a lui nuova e sconosciuta dalle insegne dei negozi.
Eppure solo tre anni dopo ritroviamo il suo nome nella cerchia degli scrittori americani di punta in quegli anni. Ezra Pound, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, Robert McAlmon, Waldo Frank, Edgar Lee Masters, Ernest Walsh lo accolgono come uno dei loro, soprannominandolo il “black poet” per quel suo caratteraccio ribelle, oscuro, intrattabile.
Con l’unica lingua in cui sempre si esprime scrivendo (il suo inglese personale e disobbediente), Carnevali porta nella poesia americana un soffio selvatico, che all’America piace tanto fin da subito, ma di cui l’Italia resta quasi totalmente all’oscuro.
Il tempo artistico a lui concesso non tocca il decennio: ma pur in quel breve lasso cronologico, Carnevali – esattamente come si era prefissato di fare – diventa “an American poet” e disturba l’America. Se è senza un soldo e ruba a un amico libri di valore per venderli e comprarsi da mangiare e da bere, lo fa senza rimorsi. Vive in camere ammobiliate, laide e promiscue. Alla frequentazione diurna di donne intellettuali come Harriet Monroe, Babette Deutsch, Edna St Vincent Millay, Dorothy Dudley, Marianne Moore o Lola Ridge affianca la compagnia notturna di consumate prostitute. Sposa un’italiana emigrata negli Stati Uniti e, dopo averla tradita con accanimento, la abbandona a New York trasferendosi a Chicago, benché le avesse promesso qualcosa che non farà mai, tornare presto a prenderla. Pubblica poesie, racconti e saggi su piccole e grandi riviste letterarie americane d’avanguardia (“The Forum”, “Poetry”, “Others”, “The Little Review”, “Touchstone”, “Youth: a Magazine of the Arts”) notoriamente i luoghi deputati della moderna poesia d’oltreoceano, e contemporaneamente scrive lettere polemiche a Giovanni Papini, supine a Benedetto Croce, grate a Ezra Pound, feroci al padre Tullio. Conosce la fame vera, la miseria grave. Contrae la spagnola, la sifilide e, infine, l’encefalite letargica e il parkinsonismo. Il suo corpo prende a tremare “come una farfalla fissata con gli spilli” (come testualmente ci tramanda la poetessa Lola Ridge), cammina allucinato piegando la gamba fin quasi a inginocchiarsi e, deambulando, lancia via i piedi.
Emanuel Carnevali (Em come ormai lo chiamano in America, o Manolo come lo rinominano i suoi familiari quando, nel 1922, viene rimpatriato a forza o, se si vuole, esiliato dall’esilio) trascorre il resto della sua vita tra cliniche e ospedali (“palazzi di sangue e di pus”), visitato e spesso sostenuto economicamente da Pound, McAlmon e Kay Boyle, che fino alla fine gli sarebbero rimasti accanto in nome delle comune esperienze americane.
Muore in un ospedale di Bologna, l’11 gennaio 1942, strozzato da un boccone di pane. Fino all’ultimo non smette mai di corrispondere con quelli che aveva vicini e lontani.

Questa vicenda biografica mi lasciò tramortita. Come potevo non conoscere la storia di un poeta nato nella mia città, di un uomo dalla vicenda biografica così straordinaria e al contempo miserevole? Mi procurai l’unico testo edito in Italia nel 1978 che raccoglie una cospicua (ma incompleta) antologia dei suoi scritti e lo divorai. Le sue parole, che apparivano davvero seminate da un buco della tasca dei suoi pantaloni sudici e lisi, mi travolsero. Lessi e rilessi le poesie, analizzai i saggi, studiai l’autobiografia. Infine decisi di andare all’università. Questo poeta meritava di essere conosciuto. Meritava un dottorato di ricerca.

Quello che oggi possediamo di questo imprendibile autore lo dobbiamo alla tenacia con cui David Stivender e Gabriel Cacho Millet hanno rinvenuto nella loro operazione rispettivamente di estimatore e di studioso. Tuttavia solo nel 2004 il cerchio intorno ai manoscritti originali dello scrittore si è chiuso, grazie a Barbara Carnevali, pronipote di Emanuel e docente di Estetica e Filosofia Sociale presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Unendo il gusto poliziesco della ricerca d’archivio a quello della riappropriazione del passato familiare, ella si recò a Chicago e ritrovò l’autobiografia comparsa dopo la morte di Emanuel, i suoi racconti, tutti i numeri delle riviste su cui erano usciti i suoi scritti, quattro leggendari taccuini neri e un quaderno con la copertina rossa contenenti schizzi di poesie e brani in prosa, conti della spesa e fatture, appunti autobiografici. Rinvenne anche un’insospettata quantità di lettere, oggi accuratamente catalogate e amorevolmente custodite dalla dottoressa Aurelia Casagrande, responsabile dell’Archivio storico comunale di Bazzano.

Saputa l’intera vicenda, mi resi conto che c’era tutto per iniziare un triennio emozionante da ricercatrice. Come c’era tutto per tentare di dare nuova e meritata vita a Emanuel Carnevali, il fiorentino ingiustamente ignoto, che v’invito a cercare e leggere, toccando con mano le tematiche presenti nei suoi scritti, i tribolati rapporti familiari, la fuga giovanile in America, l’immensa solitudine metropolitana, il tormentato rapporto con il femminile, le devastanti malattie del corpo e della mente.
Forse un giorno farò davvero quell’esperimento aggirandomi per le vie di Firenze. Sarebbe bello sentirmi rispondere da tutti i fiorentini: “Carnevali? Lo conosco sì!”.

(Oggi sulla pagina della cultura del Corriere Fiorentino)

Il brutto di Livorno

8 settembre 2020

Per evitare il rischio di farmi nemiche 378.839 persone (tutti gli abitanti di Firenze), vorrei oggi, anziché tessere le lodi di Livorno (dove vivo da sei mesi e di cui parlo sempre in toni estatici), elencarne qualche difettuccio. Vediamo se col poggio e con la buca si fa pari.
La nettezza. Il Comune labronico è sensibilissimo alla raccolta differenziata e questo non gli fa che onore. Però secondo me (e anche secondo tanti livornesi a cui l’ho domandato) il sistema di raccolta pensato per questa città non è quello vincente. Si pratica qui il porta a porta. Beh? Che c’è di male?, mi si potrebbe obiettare. Effettivamente la pratica è diffusa in molti altri luoghi e funziona bene. Ma a Livorno no, per due motivi: il vento e i gabbiani. La città costiera è famosa per il mare ma anche per il vento che, quando decide di soffiare, lo fa alla livornese, cioè senza mezze misure. Certe ventate che se sei a giro col cane hai l’impressione che ti possa diventare un aquilone. Certe frustate che ti chiedi come facciano i ciuffi delle palme a rimanere attaccati al tronco. In una città dove il vento soffia spesso imponente sia d’estate che d’inverno, invitare i cittadini a sistemare sacchi e bidoni fuor dall’uscio di casa e sperare che questi ci restino finché il camion non passa a ritirarli, è un’utopia. C’erano dei giorni durante il lockdown in cui a Livorno, deserta e immobile come un paesaggio postatomico, si muovevano solo decine e decine di sacchettate di sudicio, che ruzzolavano, svolazzavano e s’impadronivano della città. Ma ecco l’aggravante: i gabbiani. Se li guardi mentre galleggiano inattivi sull’acqua del porto, sembrano delle innocenti paperelle. Sono invece delle belve spietate. Occhieggiano tutti i luoghi in cui circoli del cibo e ci si fiondano di becco. Sul tendone del mercato del pesce alla darsena vecchia le loro zampe risuonano minacciose. Perfino i loro pulcini hanno lo sguardo torvo. Se hanno nidificato dove state passando, occhio: potrebbero planarvi addosso con l’evidente intento di attaccarvi. Il loro canto (che spesso mi sveglia la notte) è un sinistro incrocio tra una gatta in calore, un bambino disperato, la vittima di uno sgozzamento e un vecchio ubriacone che ride di voi. Mettiamo ora insieme: vento e gabbiani. Una diade perniciosa. Il vento manda a giro sacchi e bidoni, i gabbiani sventrano, scoperchiano, e fanno una gran festa.
Detto questo, mi dispiace fiorentini, ma per ora a Livorno non vedo altri difetti.

(oggi sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)