Il fiorentino d’Africa

Pubblicato il 27 novembre 2014 da antonella landi

Anziché due ore di Lettere, di Inglese, di Matematica o di Economia Aziendale, due ore a ragionare di boxe, guardare spezzoni di incontri sul ring e parlare con Leonard Bundu in carne, ossa e muscoli. E’ accaduto nell’aula magna dell’Istituto “Sassetti Peruzzi”. Ed è stato un successo.
Quando il docente di Educazione fisica Giuseppe Sacchi ha messo a punto l’incontro degli studenti col campione e la circolare ha preso a passare tra le classi, c’era chi se ne chiedeva il fine. Un pugile a un Istituto Tecnico e Professionale con indirizzo turistico, commerciale e socio-sanitario: a fare che? Se lo domandavano alcuni insegnanti e se lo domandava pure qualche studente.
Ma quando Bundu è arrivato in aula magna e ha cominciato a parlare, tutto il mistero si è dipanato.
Era venuto per raccontare la sua storia. Che è bella, esaltante, dolorosa, emblematica, esemplare.
Nato in Sierra Leone, Leonard è soprannominato “Il fiorentino d’Africa” per l’origine locale della madre e perché Firenze è la città che, dai sedici anni in poi, lo ha visto crescere e trasformarsi nel campione che è oggi.
Bundu venne portato in Nazionale da Patrizio Oliva, che lo vide combattere da dilettante. Arrivato al professionismo molto tardi, si è allenato per anni presso l’Accademia Pugilistica Fiorentina seguendo i consigli del mentore Alessandro Boncinelli. E’ diventato campione Europeo EBU dei pesi welter nel 2011, a seguito di un match contro Daniele Petrucci. Successivamente ha difeso per quattro volte il titolo. Il 6 aprile dello scorso anno ha disputato a Roma l’incontro con lo sfidante ufficiale Rafal Jackiewicz, pugile polacco ex campione del mondo, battendolo per KO alla undicesima ripresa. Il 14 dicembre scorso ha vinto per KOT all’ultima ripresa contro l’inglese Lee Purdy, in un incontro disputato in Inghilterra, mantenendo per la quinta volta il titolo europeo di categoria. Il prossimo 13 dicembre sfiderà Keith Thurman a Las Vegas, una vetrina prestigiosissima per una sfida assai delicata.
Lo sanno bene gli studenti del “Sassetti Peruzzi”, che sgranano gli occhi mentre Leonard parla al microfono. Se parlottano tra loro, lui s’interrompe, dice sornione: “Oh, ragazzi, silenzio, sennò vengo costà e vi gonfio”. Loro ridono, applaudono, ascoltano, bevono ogni sua parola. Una collega si volta verso di me: “Non capisco perché non l’ho mai detto per domare l’indisciplina in classe.”
Bundu però non ha indiscipline da domare: Bundu ha un uditorio che pende dalle sue labbra carnose. Racconta l’infanzia in un paese dilaniato dalla guerra civile, confida di essere stato -poco più che bambino- più volte catturato e chiuso in carcere dalla polizia senza un motivo reale, racconta il trasferimento nella nostra città, l’adolescenza turbolenta, le compagnie non sempre raccomandabili, i guai, gli eccessi. Quindi narra la svolta, avvenuta in quella palestra, dove la disciplina per la prima volta gli è stata presentata come un privilegio e le regole come un vantaggio a cui sottostare volontariamente. E infine l’incontro più importante della vita con quella ragazza destinata a diventare sua moglie e la madre dei suoi figli.
Non c’è talento che valga più dell’impegno. La costanza ripaga con grandi risultati. Il segreto è imparare a conciliare lo svago e il divertimento con la fatica e il lavoro.
Questo (e molto altro) ha detto Leonard Bundu agli studenti che affollavano il salone. Lo ha detto col sorriso sincero, la modestia disarmante e l’emozione tangibile dipinta sopra il volto.
Loro lo hanno ringraziato con applausi da farsi frizzare le mani. E con un coro di tanti auguri a te, visto che era anche il giorno del suo quarantesimo compleanno.

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(ieri, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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