Pace

Pubblicato il 30 novembre 2014 da antonella landi

Nel reparto di riabilitazione dove ti hanno trasferita si aggirano ombre sinistre, sagome distorte, avanzi umani.
Da ogni camera esce la voce della disperazione che invoca un’infermiera, la mamma, la fine.
Tu -almeno in questo- sei stata molto fortunata.

Lei ha poco più di trent’anni e un viso pulito da ventenne.
E’ nata in cima al Monte Amiata, ha la loquela maremmana che mi scuote il cuore, perché mi ricorda affetti importanti.
Il suo nome in greco vuole dire pace.
Un giorno di tre mesi fa tornava in auto dalle vacanze.
E’ uscita fuori strada.
Ha distrutto la macchina e se stessa.
Mentre la sua vita si trasformava in un sogno brutto e sfocato, medici amorosi l’hanno ricucita, rimontata, ricostruita.
Sua madre ha preso una camera in affitto vicino all’ospedale in questo pezzo di Toscana così lontano dalla sua.
Da tre mesi vivono così: una dentro, una fuori, insieme nelle ore del passaggio consentito.
Per settimane non si è mossa, non si è nutrita, non è stata.
Adesso divora un libro dietro l’altro, sogna il giorno in cui potrà riassaggiare il baccalà alla livornese e inganna l’attesa con un mon-cheri.
E’ morbida, educata, familiare, discreta.
E’ positiva, incoraggiante, bella da guardare, perché rappresenta il coraggio che non cede, la forza che non abbandona.
Quando il pianto ti soffoca la gola e non riesci a trattenerlo, lei ti lascia la camera tutta per te, se ne va sulla sedia a rotelle, ti regala la pace.
Poi torna.
E la pace si raddoppia.

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