L’è morto

Pubblicato il 31 dicembre 2014 da antonella landi

A bordo del 22, siamo in coda verso il centro, dove io ho appuntamento con Amica. Un popolo multietnico e variopinto infagottato di giubbotti, cappotti, guanti e sciarponi. Chi guarda fuori, chi spippola al telefonino. Chi si contempla le unghie delle mani. Quasi tutti abbiamo le cuffiette cacciate nei condotti uditivi. Ciascuno pensa per sé.
L’autista guida di merda. Come la maggior parte di questa nuova ondata di autisti, che sembrano sempre incazzati con il mondo, e va bene che è un lavoro poco creativo, però mica ve l’abbiamo imposto noi. Quello di oggi, ispirato più di altri, frena e accellera di botto e ci sballotta tutti.
A un tratto il 22 si ferma e si spenge. Lo so che si dice spegne, ma noi si dice spenge sicché non fate uggia. L’autista lo riaccende, prova a partire, rincula, si riferma, si rispenge. Ci prova ancora, stessa scena. Ci prova una quarta volta, il 22 fa un rutto, emette un lamento tipo uno che ha mangiato troppo (e male) e sta per accasciarsi. E infatti s’accascia. Puf.
“Nulla, via” annuncia l’autista.
“Come nulla via?!” dice un omino.
“Nulla, e un riparte. L’è morto.”
“Morto?! Come morto?”
“Chi l’è morto?!” chiede una donnina.
“I’ busse.”
“Come sarebb’a dire l’è morto?!” chiede un altro omino.
“E un va. S’è rotto. L’è morto il motore.”
“Mah, questa l’è bellina, comunque via, la c’apra le porte peppiacere, così almeno si procede a piedi.” dice una signora.
“E un posso. Son morte anche loro. Tutto bloccato.”
Un accennato panico inizia a serpeggiare.
Col freddo che tira in questi giorni, viene una caldana a tutti.
“Oioi che cardo. Aprite. Aprite almeno i finestrini!” esclama una ragazza vestita da pupazzo di neve.
“E un si pole signorina, v’ho detto che un si pole. Siamo bloccati. L’è morto.”
“Ma insomma, basta dire questa parola, morto. Mi fa un non-so-ché” commenta un’altra signora.
“Dire o non dire, l’è morto” sbuffa l’autista.
“Ho capito, ma qualcosa si potrà fare! O no?” s’informa un signore distinto ma agitato.
“No” dice laconico l’autista.
“Ma io c’ho da pigliare il treno!” bercia uno di fondo.
“La un lo piglia” risolve l’autista, sempre più laconico.
“Mah, questa l’è bellina. Anche questa ci doveva capitare. Con questi busse c’è sempre quarcheccosa che non va.”
“Veramente negl’ultimi tempi andava tutto bene.”
“E’ vero: da quando iRRenzi li avea fatti rimettere.”
“Sì, bono chello…”
“Bono o non bono, i busse funzionan bene e da come arrivan puntuali ci si pole rimette’ l’orologio.”
“Sì, però poi te lo mettono ni’ culo a mezza strada, come lui.”
“Signori, per cortesia” sbotta l’autista.
“Peccortesia un par di zeri.”
“Oioi che cardo. Aprite. Aprite i finestrini! Non respiro.”
“O signorina ma icché la vole aprire, la stia bonina giù, tanto fori l’è un freddo si stianta. Almeno qui si sta cardi.”
“¿Qué pasa?” chiede una peruviana a un’altra.
“No sabe, no compriendo.”
“Cfarë ndodh?” chiede un albanese a un altro.
“I dont jo.”
“会发生什么?” chiede un cinese a un altro.
“我不无.”

Io, che fino a questo istante non ho emesso un fiato, capisco che è arrivato il mio momento.
Estraggo dalla borsa il cellulare, digito il numero di Amica, schiarisco bene la voce.

“Oh, ma dove sei?!”
“Sono sul 22.”
“Sì, ma dove?”
“All’altezza del Palazzo dei Congressi. Ma il bus è morto, le porte sono bloccate e siamo tutti prigionieri dentro.”

Amica ride.
Il popolo del 22 esplode.

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