“Non mi voglio sbilanciare”

Pubblicato il 20 gennaio 2015 da antonella landi

Sono reduce dalla settimana degli scrutini. Come ogni reduce che si rispetti, mi sento a pezzi.
Due sono gli aspetti che abolirei nel mio lavoro: sprecare tempo prezioso nella compilazione di atti burocratici che non legge mai nessuno, e valutare gli studenti. Dice: e allora cosa insegni a fare? Di certo non perché godo ad affibbiare voti. Semmai per il piacere stesso d’insegnare, per la speranza di farlo bene, per l’utopia del motto “je sème à tout vent” e per la fiducia che qualche seme diventi germoglio. Però, visto che va fatta anche una valutazione, cerco di farla con coscienza. Ovviamente con la coscienza mia. Per cui, prima di tutto, via la media matematica, che non prendo neanche in remota considerazione.
I voti, sempre secondo la mia coscienza personale, si danno alla luce di un percorso, tenendo conto del punto da cui siamo partiti e quello a cui siamo al momento arrivati, dei talenti datici in dono dalla natura (a volte madre, altre matrigna), dell’impegno speso per sparare le nostre cartucce.
Non hai fatto nulla? Mi dispiace per te: 4. Hai fatto poco? Peccato: 5. Hai fatto il minimo sindacale? Chi s’accontenta gode: 6. Ti sei dato da fare? Hai fatto il tuo: 7. Ti sei speso con impegno? Bravo: 8. Ci hai messo anche entusiasmo propositivo, curiosità intellettuale, spirito critico? Bravissimo: 9.
Ma ecco le polemiche.
“Io nel primo trimestre più di 7 non lo do a nessuno” sibila qualche collega.
Perché?, mi chiedo. Perché -se un ragazzo è stato puntuale negli impegni e nelle consegne, se ha studiato sempre, se si è sempre comportato come gli era richiesto- non deve essere premiato nella misura in cui lo merita?
“Perché siamo solo nel primo trimestre e non mi voglio sbilanciare.”
Voce del verbo sbilanciarsi, riflessivo: perdere l’equilibrio, spostando il peso da un lato. Figurato: oltrepassare i limiti della prudenza promettendo o impegnandosi più del necessario.
A nessuno piace perdere l’equilibrio, neanche a me: tuttavia mi sbilancio eccome. Devo farlo, per una questione di giustizia e di equità. Sta nel ruolo del docente oltrepassare i limiti della prudenza, puntare su un cavallo, nutrire grandi speranze. Se quel cavallo, in quella prima corsa dell’anno, ha dato tutto e si è piazzato bene, glielo devi dire, glielo devi riconoscere. E lo devi premiare con una bella zolletta di zucchero.
Se nella corsa successiva, anziché al galoppo procede al trotto, gli dirai anche questo, a tempo debito e con un voto adeguato, che gli lascerà la bocca certamente meno dolce e gli farà capire la differenza che passa tra fare e non fare il proprio dovere. Ma non evidenziare la positività di un segmento di lavoro svolto è grave, diseducativo e paragonabile all’iniqua decurtazione di uno stipendio effettuata nonostante una prestazione positiva.
“Non le pago lo stipendio intero perché siamo solo all’inizio e non mi voglio sbilanciare”. Come reagirebbero certi professori, se questa frase venisse detta a loro?

(Oggi, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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