Scuola e polizia

Pubblicato il 28 febbraio 2015 da antonella landi

Ero in quinta, leggevo, parafrasavo e commentavo La pioggia nel pineto. Uno che era andato in bagno rientra e annuncia: “C’è la polizia con i cani antidroga, sono in sede, tra un po’ arriveranno in succursale”. Scompiglio. Commenti. Curiosità. Euforia.
Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse precipitano nella dimenticanza generale. I miei dodici studenti, fino a un momento prima (abbastanza) concentrati sulle onomatopee del testo poetico più musicale del programma, buttano gli occhi alla finestra, improvvisano qualche battuta, fanno un coretto sottovoce. Il tempo rallenta, resta sospeso, si ferma. Come se fare lezione in quel momento non avesse molto senso. Come se in quel momento l’unica cosa da fare fosse aspettare. Ma come funzionerà: entreranno nell’edificio? Penetreranno nelle classi? E in che ordine? Cominceranno di fondo e saliranno o da cima e scenderanno? Taci, ascolta. Dai corridoi, però, non arriva un suono.
Chiedo loro se fossero al corrente di qualcosa. Dicono di sì. Raccontano che la questione (dopo il recente incontro tra insegnanti, dirigenti scolastici e forze dell’ordine tenutosi nel Salone de’ Dugento in Palazzo Vecchio) è approdata pochi giorni fa all’ultimo Consiglio d’Istituto. E che nella votazione ha prevalso il consenso: sì ai cani antidroga nei nostri corridoi, nelle nostre aule, nei nostri gabinetti. A me, che non ne sapevo niente, spontaneo esce dalla bocca il mio pensiero: “Che brutta cosa”. E mi paralizza il loro algido commento: “Bene invece. E chi viene beccato, paghi”.
Sono così contraria e aliena alla droga, che venti anni fa una canna dovetti fumarmela per forza, a scopo propedeutico, dato che avevo scelto questa professione: per imparare quantomeno a distinguere l’odore dell’erba da quello del tabacco ed evitare di esser fatta fessa dai miei alunni.
Però sono altrettanto contraria e aliena a mescolare la mia professione con quella (pur encomiabile) delle forze dell’ordine. Io credo che la scuola sia una comunità educante. Credo che scuola e polizia generino un ossimoro. Non credo nella politica del sospetto. Non credo nell’efficacia preventiva di gesti simbolicamente e materialmente forti come questo. E non credo che punire (marchiandolo a vita e travolgendo chi gli vive accanto) un ragazzo di quindici, sedici o diciassette anni sia la strada giusta per salvarlo da qualcosa che pur consideriamo pericolosissimo e sbagliato. Credo invece che la scuola debba usare altri strumenti, i propri, la parola, le immagini, i racconti, le testimonianze, i libri, l’ascolto, la presenza: mezzi dall’impatto meno poliziesco ma dal risultato più efficace.
Dopo un’ora i cani e i poliziotti non ci sono più.
Noi invece siamo ancora tutti lì: io con le mie convinzioni educative, loro con quella posizione intollerante, che scelgo d’interpretare come una richiesta d’attenzione.

(sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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