Spostare le casse al magazzino della frutta

Pubblicato il 24 marzo 2015 da antonella landi

“I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse”.
Lo ha detto ieri Giuliano Poletti. E oggi nelle scuole non si parlava d’altro.
“Avete sentito le parole del nostro Ministro del Lavoro?” ho chiesto ai miei studenti.
Meglio se non riporto quello che mi hanno risposto. Eppure molti di loro a lavorare d’estate ci vanno da quando li conosco. Cosa li disturba tanto, allora, delle dichiarazioni del Ministro? Forse le medesime cose che disturbano anche me.
A me disturba che sia lo Stato a decidere che piega dare all’estate degli adolescenti. Se un ragazzo, durante le proprie vacanze estive, debba o non debba andare a lavorare, penso sia affar suo e della sua famiglia. Tra istituzione scolastica e nucleo familiare esiste un confine: alcune decisioni spettano alla prima, altre alla seconda. Auspicabile è che ciascuna decisione sia protesa a un bene comune, quello del ragazzo stesso, di cui si occuperà la scuola quando egli veste i panni da studente e i suoi genitori quando la scuola finisce e lui se ne torna a casa nelle vesti di figlio. Fondamentale è che nessuna delle due sconfini nel territorio di pertinenza dell’altra.
Secondo Poletti le tredici settimane di vacanze estive che si osservano in Italia sono troppe: nessuno in Europa fa uno stacco cronologicamente così corposo. Infatti. E’ vero. In Spagna e Ungheria le scuole chiudono per undici settimane. In Francia, Austria, Belgio, Irlanda e Slovacchia per nove. Nella Repubblica Ceca otto. In Germania e in Danimarca sei. Però in tutti questi luoghi i break interni all’anno scolastico durano (almeno) il doppio di quelli stabiliti dal nostro calendario nazionale.
Ipotizziamo che uno studente nei nove mesi in cui è andato a scuola sia stato un po’ lazzarone (oppure un po’ duro) e a giugno (per congenita vagabondite o difficoltà oggettive) abbia incassato qualche materia da rimediare a settembre: quando studia, se deve lavorare?
Ipotizziamo il caso opposto: lo studente, dotato e zelante, è stato promosso a giugno con una pagella di tutto rispetto: non merita uno stacco rigenerante, che a me pare sacrosanto?
In questa ottica, la vacanza non equivale all’ozio, ma a un’occasione per rimediare, a un premio di cui godere, a un momento da vivere (perché no, anche nella noia, status necessario per il fiorire delle migliori intuizioni) per cercare dentro sé quello che si è davvero e che nella scansione dell’anno scolastico in trimestri o quadrimestri si perde in mezzo ai doveri, alle scadenze, al ritmo forsennato di settimane che s’inseguono a velocità allucinante.
Ultima considerazione, meno poetica, ma più pratica: se tutti gli studenti d’estate andranno a lavorare, che ne sarà di chi a scuola non ci va più da un pezzo e magari aspetta proprio quella per rimediare qualche impiego stagionale?
Definire un lavoro estivo (probabilmente sottopagato) “una questione educativa e culturale” mi sembra eccessivo. Le questioni educative e culturali sono altre: non si circoscrivono a un mese, hanno dimensioni ben più ampie e compromettono la qualità della vita dei giovani in tutti gli altri mesi dell’anno.

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