Riccio d’aprile

Pubblicato il 19 aprile 2015 da antonella landi

Quello che penso di Alessandro Riccio lo scrissi tempo fa in questo post.
Ma se a uno gli facesse fatica andare a leggerlo, lo riscrivo ora veloce: lo amo, punto.
E proprio come un’innamorata, lo seguo, lo pedino, gli do la caccia per sapere indove va.
Va alla Biblioteca dell’Orticoltura a presentare le tre commedie che porta in scena in questo mese al Teatro di Rifredi? Eccomi lì, bellina col capino rosso in prima fila a sorridergli sul viso.
Non solo, quando cede la parola al pubblico presente, alzo la manina come a scuola e (anche se un po’ mi vergogno) glielo dico.
“Mi sono perdutamente innamorata di te (di un amore erotico oltre che intellettuale) dopo aver visto Come Galileo l’estate scorsa e da allora vengo sempre ai tuoi spettacoli!”
“Bene, mi fa piacere, grazie” dice lui contento.
“Le prime tre commedie mi sono piaciute da morire, la quarta, quella di Natale, per nulla: mi ha rovinato le vacanze.”
“Male, mi dispiace, ma grazie lo stesso” dice lui gentile.
E così s’attacca a chiacchierare come se in biblioteca non ci fosse più nessuno e si fosse in confidenza.
Alessandro Riccio è quello che raramente sono i registi e gli attori di teatro: umile, semplice, alla mano. Felice per il plauso, accogliente con le pomodorate. Talmente fortificato dal suo percorso professionale (fatto di grandissimi successi ma anche di qualche cenciata sul muso, di un pubblico che lo adora ma anche di una critica pseudointellettuale che per troppo tempo gli ha negato la stima che merita) che non sente più il bisogno del riconoscimento roboante dei grandi palcoscenici. Semplicemente si accontenta di essere contento. Che poi è il segreto della vita.
Quest’anno il Teatro di Rifredi gli ha ritagliato la parte conclusiva di una felicissima stagione, ospitandolo addirittura con una trilogia: La meccanica dell’amore, Gran Cabaret Deluxe e Totentanz.
Vi siete persi le prime due? Poveri voi. Ma siete ancora in tempo per la terza, dedicata al fascinoso mistero della morte, di cui nessuno vuole mai parlare e di cui lui ride bellamente. A quelli che erano all’Orticoltura ha mostrato il copione, un gioiello interamente scritto a mano e costellato di roba appiccicata sopra, foto, disegni, didascalie, appunti.
Io lo ascolto, me lo gusto, poi torno a casa e gli scrivo la maillina.
Lui risponde sempre perché, prima ancora di essere un grande artista, è un signore.

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