Fiorentinacci pezzi di merda

Pubblicato il 21 aprile 2015 da antonella landi

Voglio mettere una tenda in cucina. Per montare il palo, vanno fatti i buchi nel muro con il trapano. Io del trapano (che comunque non posseggo) ho pure paura. Chiedo consiglio al babbo.

“Ci penso io -dice- senti come si fa. Domattina piglio il trapano, monto in treno e arrivo a Firenze, poi alla stazione piglio l’autobus e ci si trova a casa tua: ti buco il muro, ti monto il palo, si mette la tenda e poi tu mi riaccompagni a casa in tempo per desinare con la mamma, che lascio un paio d’ore con Juliana.”
“Va bene. Che ci sai arrivare a casa mia con l’autobus?”
“Ma che vòi insegnare al culo a scoreggiare?!”
“Va be’, ascolta: appena arrivi alla stazione, chiedi al conducente o a qualche passeggero di segnalarti l’ultima fermata della via parallela alla mia. Della parallela, capito? Perché quell’autobus lì non passa direttamente dalla mia via, ma da quella parallela interna. Hai capito?”
“Ma che vòi insegnare al culo a cacare?!”
“Ascolta babbo, un’altra cosa: non ti mettere a perdere tempo a fare il biglietto cartaceo, memorizza sulla rubrica del tuo cellulare questo numero (4880105) e prima di salire sull’autobus mandagli un sms con scritto solo ATAF, tutto maiuscolo. Nel giro di pochi secondi ti arriverà la notifica coi dati del biglietto.”
“E se passa il controllore come fo?!”
“Tu gli fai leggere il messaggio. Hai capito?”
“Ma per chi m’hai preso, per Cinci di Siena?!”

Il babbo monta in treno. Arriva a Firenze. Scende i gradini della stazione, punta verso la fermata degli autobus. Si ricorda di inviare il messaggino all’Ataf. Spippola mentre cammina come fanno i ragazzini. Non vede uno scalino, inciampa, batte una randellata in terra, si sbuccia il ginocchio e lo stinco. In molti lo vedono. Nessuno lo soccorre.
“Brutti fiorentinacci pezzi di merda.”

Rialzatosi, il babbo raggiunge la fermata. Arriva il bus su cui gli ho detto di salire.
“Senta -dice all’autista- questo va indove sta la mi figliola, vero?”
“PER NULLA” dice l’autista, che gli chiude le porticine in faccia e se ne va.

Costernato, il babbo mi manda un messaggino che leggo appena esco da lezione.
“Tumm’hai fatt’icculo: quel busse non porta a casa tua.”
Lo chiamo immediatamente.
“Babbo! Perché non sei salito a bordo?!”
“O nini, quel fiorentinaccio pezzo di merda dell’autista m’ha detto PER NULLA, ha serrato le porticine e s’è levato da’ coglioni. Ci so’ rimasto come un bischero.”
“Ma non dovevi nominargli la mia via, bensì la parallela interna, te l’avevo detto ieri sera! Prendi il prossimo che passa, io ti aspetto alla fermata convenuta.”

Mentre vado alla fermata, mi fermo al forno e compro 10 pizzette a sfoglia caldissime e fragranti per offrirle al babbo appena arriva.
Ed eccolo, il mio babbo, in prima fila, ritto dentro il busse, aggrappato al maniglione accanto al conducente, il sorriso sulla bocca, la luce negli occhi, quasi vola, atterra alla mia altezza, scende guardando bene dove mette i piedi e ridendo sotto i baffi.

“Grande babbo, ce l’hai fatta!”
“Sono o non sono il Mega?”
“Non ti davo tutta questa fiducia.”
“Sono o non sono il Gano?”
“Però tu sei cascato in terra come una piota.”
“E nessuno m’ha aiutato! Certo che questi fiorentinacci son proprio dei pezzi di merda.”
“E il primo busse utile l’hai perso.”
“La colpa non è mia, è di quel fiorentinaccio dell’autista.”
“Ti ho portato le pizzette calde calde.”
“Ci si sciupa il desinare.”
“Almeno una.”
“Prima però dammi un bacino.”

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