L’Islam insegnato dai miei alunni

Pubblicato il 22 aprile 2015 da antonella landi

L’Islam spiegato dai miei alunni. Potrebbe essere il titolo di un libro coniato sull’onda dei noti Il razzismo spiegato a mia figlia e La scuola spiegata al mio cane. Con la novità che stavolta a spiegare qualcosa agli adulti sarebbero i ragazzi. E’ successo (con incalcolato successo) nella mia classe seconda, dove col programma di Storia siamo giunti appunto a questo corposo e attualissimo tema. Ho pensato che, data la presenza di due ragazze marocchine, potevo cedere la parola a loro: che tenessero una lezione ai compagni sulle origini, lo sviluppo, i fondamenti e la diffusione della religione professata da entrambe, benché in modi distinti (a partire dal velo, che una indossa regolarmente e l’altra no). Gliel’ho proposto con qualche titubanza, preparata a un educato ma fermo rifiuto (una di loro, sotto il velo, nasconde anche un’imbattibile timidezza). E invece hanno accettato con entusiasmo, constatato il quale mi sono spinta a chiedere loro di portare a scuola anche tutto quel materiale che reputassero utile al coinvolgimento della classe.
Così, nel giorno convenuto, si sono presentate con due sacchettate di roba: veli multicolore, abiti originali, tappeti da preghiera, Corano in lingua araba e perfino, salvata nel telefonino, la voce del muezzin che salmodiava dal minareto.
Avevano pianificato una regia meticolosa della lezione, studiata nei tempi e nell’alternanza dell’esposizione: partendo dall’origine nomade e politeista delle popolazioni arabe, ci hanno accompagnato all’avvento di Maometto e ai momenti significativi della sua biografia, con curiosità assenti nei libri di testo (una su tutte: sua madre, nel darlo alla luce, non si sarebbe minimamente accorta che un feto le stava uscendo dal corpo). Ma sono stati i cinque pilastri dell’Islam a inchiodare l’attenzione dei presenti e a scatenare una pioggia di interventi, alcuni dei quali spassosi. Primo pilastro, la testimonianza di fede: non esiste divinità all’infuori di Allah, e Muhammad è il Suo profeta (“Ma anche la nostra religione, più o meno, dice così”). Secondo pilastro, la preghiera (ṣalāt) cinque volte al giorno (“E se uno è a scuola o a lavorare come fa?!”). Terzo pilastro, la sadaqa, la carità volontaria (“E se uno, con questa crisi, i soldi non ce li ha?!”). Quarto pilastro, il Sawm, noto come Ramadan, forma di digiuno che investe altri ambiti oltre a quello alimentare (“Ma davvero non si può fumare né avere rapporti sessuali?!”). Quinto pilastro, l’Hajj, ossia l’obbligo di andare in pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita (“E voi ci siete state o ci dovete ancora andare?”).
Rotto il ghiaccio, il mare delle domande è straripato: ma è vero che a voi il marito lo sceglie la famiglia? E cosa succede se un giorno tornate a casa senza il velo? Ma un musulmano può scegliere di non esserlo? E se v’innamorate di un cristiano cosa vi fanno? Non vi sembra che la vostra religione sia sessista e maschilista? Cosa pensate della poligamia? E cosa pensate di quelli che uccidono nel nome di Allah? Travolte dai punti interrogativi, le due ragazze hanno provato a rispondere a tutto. E, alla dolce cantilena del muezzin, si sono inginocchiate sul tappeto orientato verso La Mecca sussurrando parole misteriose.
Gli accordi prevedevano che la prima ora avrebbero tenuto lezione loro e la seconda avremmo fatto a turno la lettura interpretativa di un capitolo dei Promessi sposi. Ma le due ore sono volate e a Manzoni non sono rimasti neanche cinque minuti. L’insegnante di sostegno che mi affiancava ha detto che l’attenzione riservata alle due compagne era stata doppia (forse tripla) a quella concessa generalmente a me. Col velo in testa in pieno stile arabo, non ho potuto far altro che dargli ragione.

(domani sul Corriere della Sera)

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