Valutatemi

Pubblicato il 20 giugno 2015 da antonella landi

E’ cominciata la maturità e, insieme a molti altri professori, sono stata scelta per valutare gli studenti. Leggerò i loro elaborati, porrò domande e ascolterò risposte. Quindi, insieme ai colleghi, esprimerò un giudizio, attribuirò un punteggio e tutto si tradurrà in un voto finale che verrà esposto a un vetro del liceo dove sono stata nominata. Mentre aspetto che tutto questo avvenga, mi sorprendo a covare la speranza che, prima o poi, qualcuno venga a giudicare me. Io voglio essere valutata. Voglio che il mio lavoro sia sottoposto a un controllo e quindi a un giudizio.
Vorrei, per esempio, che nel mezzo di una mia lezione ogni tanto piombasse qualcuno (il preside? Un commissario? Un esperto?) nella classe in cui mi trovo, prendesse una seggiolina, si mettesse a sedere in silenzio rispettoso da una parte, e stesse un po’ a guardare; che osservasse l’approccio che riservo ai ragazzi quando li rivedo ogni mattina, oppure il metodo che adotto nelle spiegazioni, lo stile con il quale vado a interrogarli. Di sicuro mi sentirei agitata e avrei l’ansia da prestazione. Ma sono certa che mi farebbe bene. Vorrei che poi, a cose fatte, questa persona mi dicesse ciò che pensa del mio modo di fare l’insegnante. Per esempio: quando spiego sono abbastanza seducente? (Perché cos’è l’insegnamento, se non un atto seduttivo?) Sono cioè coinvolgente, convincente, interessante, comprensibile, credibile, affidabile? Conduco una vita culturalmente attiva, ossia mi aggiorno, vado al cinema e al teatro a vedere roba di qualità, o me ne sto in poltrona a imbottirmi di televisione? Insegnando Italiano, faccio delle librerie la mia seconda casa o sono convinta che la produzione letteraria finisca a Montale?
E i miei studenti: cosa pensano di me? E le loro famiglie, dentro le quali essi racconteranno pur qualcosa, che idea si sono fatta del mio modo di lavorare? Io lo voglio sapere. Esigo saperlo.
Ma qui mi fermo, perché non sono un presidente del consiglio né un ministro dell’istruzione dell’università e della ricerca, e non so individuare la strategia migliore per attuare tutto questo. Io sono solo un’insegnante che a volte si è sentita un poco sola e a cui non basta la compagnia di altri insegnanti, come termine unico per un confronto professionale. Vorrei qualcuno che ogni tanto venisse a farmi visita e alla fine mi dicesse qui hai fatto bene, qui puoi fare meglio, qui hai proprio toppato. Vorrei che lo dicesse a me e a tutti i miei colleghi.
Potrebbe essere il preside della scuola, a cui non sarebbe neanche necessario conferire chissà quali ulteriori strapoteri perché quelli che ha potrebbero bastare per permettergli di assumersi la responsabilità di pronunciarsi (e conseguentemente agire) sui docenti che lavorano per lui.
Potrebbe essere un commissario esterno alla scuola, ma esperto di come vanno le cose a scuola e di come sono cambiate negli anni, uno insomma che non abbia visto l’ultimo istituto il giorno in cui si è diplomato.
Potrebbero essere dei colleghi interni alla scuola dove insegno: però devono essere i migliori e non i soliti imbucati che tanto ambiscono a ruoli di potere quanto poco amano (e sanno) lavorare nelle classi.
O potrebbero essere tutti questi insieme, accompagnati però da chi il mio lavoro lo osserva tutti i santi giorni, cioè i miei alunni, gli unici in grado di pronunciarsi consapevolmente e fino in fondo sul mio potere seduttivo d’insegnante.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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