Carlà

Pubblicato il 28 luglio 2015 da antonella landi

Quando Francesco era piccino e la mamma stava ancora bene, uscivano tutti i giorni a zonzo insieme.
Pascolavano in compagnia del babbo lungo la pineta che costeggia l’Arno per lanciare il pane secco alle nane; attraversavano il viale dove i tigli scuotevano al vento le chiome, all’epoca folte e non spelacchiate come adesso; ma più che altro bivaccavano in piazza, nel cuore del centro storico, all’ombra del Palazzo d’Arnolfo, di Marzocco e Garibaldi.
Un giorno, proprio in piazza, mentre Francesco giocava a nascondino e il babbo infamava il presidente del consiglio coi suoi amici, la mamma venne avvicinata da una donna, prossima a lei d’età e simile a lei d’aspetto. Anche lei portava fuori il nipotino. Si presentò alla mamma dicendole di chiamarsi Paola. La mamma però se ne scordava sempre e a ogni nuovo incontro la chiamava Carla. “Mi chiamo Paola, non Carla!”, ma non c’era verso. Finché un giorno, all’ennesima correzione onomastica, la mamma disse col suo fare spicciativo: “Senti. Paola non è il tuo. Ti sta meglio Carla. Anzi, Carlà, alla francese. Te fai come ti pare, io ti chiamo così.”

“Vieni, ti presento Carlà” mi dice l’altro giorno il babbo.
E io conosco per la prima volta questa donna di cui non sapevo niente e che invece sapeva tante cose di mia madre. Le stringo la mano e la sto ad ascoltare mentre mi racconta di come era affascinata dai suoi modi, i suoi colori e le sue pose, tanto da averla avvicinata, un giorno di anni fa, per il desiderio puro di conoscerla.
“Diventammo amiche, ma lei si ostinava a chiamarmi Carlà. Anche alla fine, quando non usciva più di casa e stava sul terrazzo su quella sedia a rotelle che tanto l’ha umiliata, vedendomi passare mi gridava su dal sesto piano: CARLA’! CARLA’! Io non riuscivo a intravederla, confusa tra i gerani e la distanza, ma sventolavo la mano in quella direzione e intanto mi faceva male il cuore per il dispiacere.”

Abbiamo deciso che la chiamerò Carlà anch’io.

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