Audentes phantasia iuvat

Pubblicato il 4 agosto 2015 da antonella landi

Quattro mesi fa ho ricevuto una bellissima proposta editoriale.
E l’ho accettata.
Raccontandolo a una collega che è anche la mia amica del cuore, man mano che scendevo nei dettagli mi accorgevo di quanto la sua collaborazione a questo progetto sarebbe stata perfetta per realizzare un lavoro molto più completo e di quale piacere avremmo potuto godere lavorando insieme. Così prima ho chiesto il permesso agli editori e poi gliel’ho proposto.
E anche lei ha accettato.
Da allora (adempimenti scolastici finali, esami di maturità, ferie -lei- e funerali -io- permettendo) lavoriamo alacremente.

La settimana scorsa, per festeggiare la definizione del contratto e per distrarmi un po’ dai miei pensieri mesti, mi ha portata a prendere un aperitivo.
“Lo so che detesti gli aperitivi nei locali beceri -ha detto- ma io ti porto in un luogo eccezionale d’atmosfera, un posto esclusivo, storico, letterario, onirico”.
Quando mi ha detto che saremmo andate alla Pensione Bencistà ho pensato: questa ha perso il capo.

Sono decenni che, salendo verso Fiesole, vedo sulla penultima curva, srotolato e gigantesco, il cartello con la scritta “PENSIONE BENCISTA’” e penso: madonna che posto vecchio e triste dev’essere, ci saranno più vene varicose che camere da letto.
In realtà la Pensione Bencistà non si vede dalla strada: il cartellone indica infatti con una freccina di imboccare una stradella che si stacca dalla principale e s’inoltra in mezzo al verde collinare. Mi ci immaginavo una clientela più che attempata, coppie di vecchini rigorosamente straniere perché mai un fiorentino si farebbe infinocchiare in un pernottamento tanto prossimo alla città ma più che altro tanto vetusto.

Giunte a malapena nel parcheggio, intuisco immediatamente che la Pensione Bencistà è un paradiso in terra di cui ero scandalosamente all’oscuro. Immersa in un parco fresco e curatissimo, la villa che va sotto questo nome d’altri tempi si staglia in tutta la sua meraviglia panoramica verso Firenze.
I titolari, marito e moglie di una gentilezza ormai perduta altrove, ce ne narrano la storia: nel Cinquecento convento di suore, nei primi anni del Novecento ampliata e restaurata in rispettosa armonia con il complesso originale, la Pensione accoglie oggi per lo più studenti e professori dell’Università Europea di San Domenico, oltre a una particolare clientela che viene a Firenze per contemplarla dall’angolo migliore. Ce ne mostrano gli interni: io e Coautrice notiamo subito la sala da giorno, un cofanetto d’arredamento romantico, uno scrigno di buon gusto e tranquillità. Partoriamo la medesima fantasia, che però sul momento ci taciamo perché non siamo sole e perché, dalla saletta, veniamo accompagnate sul terrazzo dell’aperitivo. Sotto un glicine maestoso ci si mostrano tavoli in ferro battuto finemente apparecchiati. Il nostro è quello centrale: tirando una linea retta in aria arriviamo in cima al Duomo. Ecco laggiù la Sinagoga con la sua cupola verde acqua marina. Ed ecco Santa Croce, il Piazzale Michelangelo, San Miniato al Monte, il Forte Belvedere. Ecco la Stazione centrale e la Basilica di Santa Maria Novella, ecco Novoli, ecco l’orrore architettonico del nuovo Palazzo di Giustizia, che in quel contesto però non fa tanta paura.
Sedute al nostro tavolino, consumiamo l’aperitivo più fresco, sano e buono mai gustato in vita nostra, libiamo con calici di bianco e finalmente torno a ridere di gusto come non mi succedeva più da settimane.

Il giorno imbruna, calano le ombre, si affaccia la luna dall’angolo della camera 18.
Viene notte e noi ridiamo ancora, consapevoli della fortuna di esserci incontrate, felici del nostro legame affettivo ormai quinquennale che ha le peculiarità di un’amicizia dell’infanzia senza averne la monotonia, speranzose nel futuro professionale parallelo che ci attende.
I proprietari ci invitano cortesemente a lasciare i locali perché è ora di chiusura.
Uscendo, ancora un’altra occhiata alla meraviglia di quel salottino, ancora quel sogno in testa a entrambe.
“Ma sai cosa pensavo…”
“Anch’io pensavo una cosa…”
“Dimmela.”
“No, dimmela prima tu.”
“Quel salottino…”
“Davvero, quel salottino!..”
“Come sarebbe bello se…”
“Sì, sarebbe bellissimo se…”

“Ma che siete sceme?! -ci dicono a casa- Ora sarà che vi danno il permesso di andare a scrivere un libro in quel salottino, a costo zero, limitandovi a qualche piccola consumazione, con le argomentazioni che portate, l’esigenza di una potente ispirazione, il bisogno di creare in un luogo creativo, la disponibilità a indossare abiti d’epoca affittati in un teatro per contribuire a fare ambiente?!”

Invece il giorno dopo abbiamo scritto un’e-mail ai due adorabili proprietari, abbiamo avanzato la nostra bislacca richiesta, allegato queste oneste argomentazioni, aggiunto che “vorremmo lavorare in Bencistà, dove tanto ben-ci-stemmo”, abbiamo inviato con fiducia e con fiducia abbiamo atteso una risposta.

La risposta è arrivata ed è positiva: ci aspettano quando vogliamo nel salottino.

Perché non è la fortuna ad aiutare gli audaci.
E’ la fantasia.

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