Pitza e datteri

Pubblicato il 14 agosto 2015 da antonella landi

Per me Giuseppe Battiston è sempre stato una garanzia.
In Pane e tulipani desiderai di essere Grazia Reginella che massaggia le carni in esubero di Costantino Caponangeli e da allora me li sono visti quasi tutti: Agata e la tempesta, Giorni e nuvole, Non pensarci, Il comandante e la cicogna e Zoran, il mio nipote scemo (una chicca).
Allora ieri sera via di corsa a vedermi Pitza e datteri, sul tema dell’immigrazione, sull’incontro-scontro tra civiltà, sull’integrazione e la coesistenza di religioni differenti. Dopo cinque anni consumati in una scuola multietnica con il 75% degli studenti non italofoni, era il mio.
Invece no, non era il mio neanche per sogno.

Una esigua comunità islamica con sede a Venezia deve fronteggiare una crisi imprevista: il suo luogo di culto è stato evacuato dalle forze dell’ordine e ha lasciato posto a un hair stylist unisex, gestito da una musulmana turco-francese progressista che tra un colore e una piega tiene collettivi femministi. In aiuto alla piccola comunità arriva un giovanissimo imam di origini afghane cresciuto in Italia. Del gruppo fa parte anche Vendramin, un veneziano dall’identità smarrita che ha mutato nome in Mustafà e crede così tanto nella causa (ma più che altro nell’avvenenza della parrucchiera) che è disposto a farsi saltare in aria. Pratica su cui mi pare ci sia poco da ridere.

Invece il film è questo che si propone: buttarla sul ridere.
Ma le battute sono dei cliché, il messaggio è buonista, il sugo è retorico.
Ne consegue che il film è un pacco.
Battiston però è sexi anche con il camicione.

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