A cena da Guccini

Pubblicato il 15 agosto 2015 da antonella landi

Per anni (da piccina) ho pensato che dicesse “… e Panama un ricordo, lasciato fra i castagni dell’Appennino”.
Tant’è che mi chiedevo: va be’ che in Amerigo siamo nel continente americano, ma cosa c’entra lo stretto con Guccini?
Pavana.
Diceva Pavana.

Pavana è uno sputo di case nel comune di Sambuca Pistoiese a 491 metri sul livello del mare.
Ci si arriva percorrendo la strada statale 64 detta anche Porrettana, un andirivieni di curve in saliscendi ingoiate dal bosco.
Francesco Guccini ci vive da diversi annetti, da quando ha lasciato Modena (città natale) e Bologna (città adottiva e artistica) per ritirarsi nel Mulino di Chicòn, costruito da un suo omonimo trisavolo nel 1881.
A Pavana ci arrivi e ci trovi come prima cosa 18 meravigliosi gradi centigradi.
Poi ci trovi un cartello che dice “Mulino”, sinistra, e tu svolti a sinistra, scendi per una stradina scortecciata, lasci l’auto in uno spiazzo sterrato, imbocchi a piedi la via Francigena e ti ritrovi proprio a casa sua.
A casa di Francesco Guccini.
Con Francesco Guccini.
Che per una sera, eccezionalmente, apre le porte a chi va a trovarlo per una cena e uno spettacolo.

E io, quando me lo trovo davanti coi suoi 192 centimetri d’altezza, quest’omone possente che ho sempre visto a distanza e ascoltato cantare in un microfono, gli vorrei dire un sacco di cose, tipo madonna francescoguccini come sei bravo e come mi garbi e come è stato importante per me crescere con te che mi borbottavi nelle orecchie con codesto vocione “io più mi chiedo e meno ho conosciuto”, gli vorrei dire ma lo sai che anch’io più mi chiedo e meno conosco? E che però è sempre bello chiedersi, per cui ne vale la pena anche se poi non conosciamo. Gli vorrei fare la mia classifica delle canzoni preferite e dirgli madonna francescoguccini come mi piace l’album Radici e quante volte ho ascoltato Tra la via Emilia e il West, e come mi piacevano Via Paolo Fabbri 43, La canzone dei dodici mesi, quella delle osterie di fuori porta, quella del bambino nel vento, quella per un’amica, e tutte quelle di notte, la numero 1, la 2, la 3 e la 4, ma anche Signora Bovary e Culodritto. E poi gli vorrei dire ma lo sai che son venuta cento volte ai tuoi concerti e che ti ho tradito solo con Vasco sennò ti sarei stata fedele come una sposa innamorata? E dirgli certo però sei un po’ invecchiato ma sei ancora il bell’omone di sempre e come mi piacerebbe provare a farmi abbracciare da te e sentire come stringi forte. E dirgli ma lo sai che io capivo Panama e te invece dicevi Pavana, e oggi a Pavana ci sono anch’io e non mi sembra vero, ma poi buone queste crescentine col salame di cinta. E dirgli insomma grazie francescoguccini che ci hai aperto la porta di casa stasera e come sono felice di trovarmi qui, con te e con questa gente diversa e uguale a me, contenta come me e discreta, senza fare tanti versi, come se si fosse tutti uguali, anche se uguali uguali non siamo perché noi non siamo nessuno mentre tu, diamine, tu sei francescoguccini, quello che da piccola mi ha insegnato le parole grandi.

Invece di tutto questo non ti ho detto nulla perché mi vergognavo ma ti ho messo in mano una letterina scritta su un foglietto mentre venivo da te e tu hai detto: “Che cos’è?” e io ti ho detto: “Una letterina, leggila quando sei da solo” e tu hai detto: “Ah, va bene, grazie” e te la sei messa nel taschino della camicia (speriamo Raffaella non la butti in lavatrice).

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