Dal diario di Micino

Pubblicato il 25 agosto 2009 da admin

Che poi (diciamocelo) alla fine poi mi hanno affibbiato un nome del cazzo.

Fa la veterinaria: “Come si chiama, che lo scriviamo nel libretto sanitario?”
“Micino”.
“Sì, il micino, dico: come si chiama?”.
“Micino”.
“No, cioè: che nome ha messo al suo gatto?”.
“Micino”.
(occhi al cielo come dire oggesù) “Ah”.

Non è che me ne importasse tanto.
Un nome è un nome, cosa vuoi che sia. Una convenzione inventata dagli umani per comunicare con più velocità e maggiore chiarezza.
Una roba per non stare lì a dire: “Ehi tu, con il pelo mezzo bianco e mezzo grigio e le rifiniture rosa e la lingua ruvida e la coda ritta!” e perdere del tempo inutilmente.
Un nome in fondo vale l’altro.
La rosa non sarebbe meno profumata, se la chiamassimo in un altro modo (e questa guai a chi me la copia).

Però, checcavolo: Micino

Micino è un inutile risparmio di fantasia, Micino è pigrizia conclamata. Micino è non aver voglia di stare a sbattersi per partorire qualcosa di migliore. Micino è mancanza totale di inventiva.

Eppure, quando i miei due amici chiamano “Micino!”, tutto il mio mondo si riempie e sono felice che la mia amica femmina non abbia seguito gli inspiegabili consigli di suo padre (abbandonarmi per i campi maremmani, dimenticarmi sulla porta di casa di una vecchina del paese, appoggiarmi su un muretto e darsela a gambe) ma abbia prestato orecchio alle parole misericordiose di sua madre (adottarmi a tutti gli effetti e amarmi incondizionatamente finché morte non ci separi).

Se “Micino!” lo dice la mia amica, io capisco che è l’ora dei bacini, del gelato o dei ciuccini, ma andiamo con ordine. I bacini, va be’, si capisce, vuol dire che mi aspetta una serie di smancerie appiccicose che mi priverebbero della credibilità e dell’onore se fossero soltanto immaginati da tutti gli altri gatti. Il gelato, è chiaro: a queste temperature io la scatoletta con la ciccia a temperatura ambiente non la voglio ed esigo il barattolino sammontana alla vaniglia. E veniamo ai ciuccini. Essendomi stata strappata la mamma anzitempo presumibilmente in seguito all’aggressione notturna di una volpe, mi è rimasta addosso una gran voglia di ciucciare. Ma essendo questa mia amica umana assolutamente sorda a simili attitudini materne, mi devo accontentare di ciucciarle gli orli, le sgalettature e i merletti delle magliettine estive che indossa, producendo fusa assai rumorose e godendo come un porco.

Se “Micino!” lo dice il mio amico, io so che mi aspetta una mezz’ora buona di lotta greco-romana, alla quale mai oserei sottrarmi. Lo faccio divertire facendomi immobilizzare a pancia all’aria, permettendogli di infilarmi tutta la testolina in bocca, lasciandomi sollevare per le zampe posteriori come un coniglio d’allevamento e subendo tutta una serie di angherie che lui interpreta come sfacciati atti di affetto e stima. Nel momento in cui egli si scoccia e accende la tv per informarsi sulle vicende del campionato al suo esordio, contrattacco sferrando zampate sul volto e mirando specialmente al naso con successo quasi sempre garantito. Passo successivamente alle mani e, come dessert, ai piedi, che mi trasmettono la paradisiaca sensazione di gustarmi un bel cheese-cake.

Questa insieme a loro è stata una grande estate: il mio godimento ha avuto inizio quando essi hanno preso la più che saggia decisione di abbandonare il territorio urbano, umido e afoso, per ricondurmi là, dove la vita volle farci il dono del primo incontro e dove soffia un ventolino perenne che rinfresca anche le idee. Lui, una volta consumate le ferie, faceva avanti e indietro. Lei ha messo le radici in quella terra selvatica e genuina e non s’è più mossa. Se erano insieme l’aria era ancora più briosa e allegra, la musica sempre in sottofondo, la porta e le finestre sempre spalancate e il barbecue sempre acceso. Se lei restava sola, entrava in simbiosi con un aggeggio bianco con una mela rosicchiata da una parte e ci batteva le dita sopra a giornate intere. In una specie di lavagna luminosa comparivano strani segni neri col tempo ho imparato a leggere e tradurre: capitoli. Un capitolo dietro l’altro. Seguiti da lunghe file di parole identiche alle formichine del giardino quando fanno scorte per l’inverno.

Poi arrivava lui e tutto cambiava. La mattina mi toccava andarli a svegliare a suon di schiaffi a unghielli ritratti. Colazione tutti e tre in giardino ognuno nella propria ciotola di latte e poi strade separate: loro a leggere i giornali sull’amaca, io a mangiare code di lucertola e zampe di cavalletta difendendo il mio territorio da tale Miciaccio, mio simile ma molto più arrogante, violento e maleducato. Un giorno per esempio è entrato nel salottino dei miei due amici e ha depositato sul divano una chiosa di piscia diametro ventidue. L’ora di pranzo ci radunava al fresco della cucina e il coma post-prandiale ci annichiliva ai piani superiori, stendendoci e vedendoci risorgere col calar del sole.

Il mio amico allora (attore consumato) faceva finta di mettersi a lavorare e, in abiti professionali, scavava buche, piantava alberelli, parlando nel frattempo con Tino (l’abe-tino), discutendo con Divo (l’ol-Ivo) e ridendosela con una vite d’origine americana.

La mia amica, nel bagno verde, si docciava, si asciugava e si incremava cantando a squarciagola “I feel good” a porta spalancata.

Dopodiché partiva l’atmosfera. Candele disseminate nel giardino e le musiche di “Once” in sottofondo.

Mi è capitato di restare solo quando loro, attirati dagli “Scrittori da bere” ad Arcidosso, dalla serata dedicata ai minatori con Cristicchi e Camilleri a Santa Fiora, dalla rassegna di cinema all’aperto di Scansano, dalla sagra della trippa a Montemerano, dalle serate letterarie di Capalbio, da “Vinellando” a Magliano, dalla vetta dell’Amiata e dal mare dell’Argentario, partivano in macchina lasciandomi in giardino a guardare il cielo come un bischero.

Ma più spesso il cielo lo abbiamo guardato tutti e tre insieme, distesi a naso in su, attenti a beccare stelle cadenti perfette per l’avverarsi dei nostri desideri. I loro non li so, ma i miei sono stati sempre uguali: bacini, gelato, ciuccini e lotta greco-romana a oltranza, finché morte non ci separi.

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