Andiamo a bencistare

Pubblicato il 19 agosto 2015 da antonella landi

Che all’inizio si faceva tanto le gargiùle, ma poi arrivate al dunque (“Venite quando volete. Vi aspettiamo molto volentieri.”) non s’aveva più coraggio.

“Ma insomma icché si fa, si va davvero a bencistare?”
“Vedrai, ce l’hanno detto loro. Anzi, l’hanno scritto nero su bianco.”
“Magari l’hanno fatto solo perché sono gentili e non gli riusciva dire no.”
“Forse. Ma se non fosse così? Se gradissero davvero la nostra presenza bislacca nei loro bellissimi locali?”
“Allora andiamo?”
“Andiamo.”

E allora sì, ci siamo andate.

La colazione alla Pensione Bencistà è l’apoteosi della genuinità e del gusto.
Confetture artigianali, quattro tipi di miele, pane bianco e nero, tarte-tatin gialla e rossa, torta paradiso fatta in casa, cereali croccolosi e agglomerati, latte fresco, yogurt magro, cocomero, pere, uva, uova, affettati, formaggi, caffè.
E dura due ore.
Noi le usiamo tutte. Ci guardiamo intorno, studiamo la fauna umana, la clientela.
C’è un uomo che le cameriere chiamano “maestro”.
Diversi francesi.
Qualche anziano fiorentino che a un albergo marittimo o montano preferisce il paradiso a due passi da casa.
Vuoi del burro?
C’è una coppia giovane, lui tatuato, ma bello.
Metto il pane ad arrostire.
Il tempo è bello, il tempo è brutto, è del tutto irrilevante: qui c’è un non-tempo che ridicolizza ogni previsione. Un tempo perfetto, cristallizzato, eterno.
Te il cocomero lo mangi?
Io sì, mi lascia la bocca fresca e buona.

Il primo giorno un salottino.
Il giorno dopo un altro.
Nelle pause, il giardino, gli anfratti, gli angolini, i panorami.
Due labrador, lei nera, lui bianco, lei Gegia, lui Otto.
Mi sento Jane Austen.
Si sente Charlotte Bronte.
Ai piedi, Firenze.

Un luogo ideale per le confidenze, le confessioni, il riso di pancia, il pianto di cuore, la pace interiore.

Sì, un po’ abbiamo anche lavorato.

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