Quelli del sesto piano

Pubblicato il 31 agosto 2015 da antonella landi

Ho avuto la fortuna di nascere al sesto piano di un palazzo di dieci.
E ho avuto la fortuna di dividere il pianerottolo con una famiglia che aveva due figli, un maschio e una femmina, lei maggiore, lui minore, come me e mio fratello, tutti a scalare, con uno scarto di due o tre anni l’uno dall’altro.
I quattro genitori si aiutavano in caso di bisogno, si prestavano il sale e lo zucchero quando erano finiti e si stavano simpatici pur non assomigliandosi per niente: la mia mamma nata per star fuori, la loro nata per star dentro, il mio babbo (all’epoca) inteccherito come un baccalà, il loro cerimonioso e sempre sorridente. Eppure ci piacevamo tutti. In una delle sue innumerevoli espressioni iperboliche, Sgomèa diceva (urlava) (generalmente aspettando l’ascensore e sfruttando l’effetto eco) che eravamo “I BELLI DEL SESTO PIANO”.

I cucinotti confinanti consentivano di venire a conoscenza gli uni dei cazzi degli altri. Ma in realtà a nessuno interessava stare a origliare. Quello che ci stava a cuore era frequentarci di persona.
Mio fratello (il più piccolo di questo gruppo sghembo) entrò nelle dinamiche ludiche con un ritardo tale che gli precluse il grosso della storia: la condivisione dei giochi da bambini. Quando lui fu in tiro per aggregarsi e proporsi come partecipante attivo, noi entrammo nell’adolescenza, iniziammo a pomiciare e ciao bello.

Ma quando ero piccina io, i due figli dei dirimpettai erano perfetti per me: la femmina più grande di tre anni, il maschio più giovane di due. Io, nel mezzo, parevo la papessa Giovanna.
La nostra passione più sconsiderata e duratura fu “giocare a gatti”. Un passatempo cervellotico e tatticamente elaborato che consisteva nel convincersi di essere animali, procedere in quadrupedia, costruirsi una tana nei luoghi meno raggiungibili dell’appartamento eletto per quel giorno a spazio comune, e gattonare a pomeriggi interi, miagolando. Il che spiega le toppe di renna sui pantaloni di velluto a coste con cui appariamo ritratti in quell’era geologica. Poiché il verbo era bandito dal regolamento, la difficoltà del gioco stava nell’interpretazione logica dei logoranti miagolii.

Lei si prestò alla felina pantomima il tempo di uno starnuto. Sentenziato che quella era “roba da bambini”, si sottrasse all’insano gioco, si proclamò Organizzatrice d’Eventi e prese il possesso delle feste ricordate. Di fare la gatta non voleva saperne. Ma quando arrivavano il Natale e il Capodanno, eccola che compariva con il suo arsenale di forbicine, metri da sarta, pennarelli, bristol e carta crespa. Costruiva tutù svasati e svolazzanti, inventava trame elaborate, scriveva copioni, sceglieva scalette musicali avanguardiste, curava scenografie cubo-dadaiste, dettava coreografie azzardate con tanto di spaccata sul finale. Io, come un’ebetulla, obbedivo con piacere adorante. Suo fratello (obiettivamente poco portato per il ballo) diventava un inquietante ibrido tra Pippo Baudo, Corrado e Mike Bongiorno. Allo spettacolo (incredibilmente) era sempre presente la medesima, invariata quantità di pubblico.

Altro momento topico che ci riguardava da vicino, la benedizione delle case.
La Pasqua si avvicinava a gran falcate e dalla Basilica partivano i tre preti con (almeno) un chierichetto a testa che portava la borsa (per le offerte) e la peluzzica dell’acqua santa (per le schizzate nelle stanze). Nei giorni precedenti, le nostre madri avevano pulito gli anfratti più irraggiungibili dei rispettivi appartamenti, integralmente pavimentati in marmo e tutti tirati a lustro.
Nell’attesa, scattava il toto-prete: chi verrà quest’anno?
Come un tam-tam, dalle vie del centro fino alla piazza dove abitavamo noi, l’identità del sacerdote passava di bocca in bocca e arrivava almeno mezz’ora prima di lui.
C’è don Giovanni! Menomale!
C’è don Roberto! Bene, dai!
C’è don Falai! Dupalle.
Don Falai era il parroco e noi non si voleva perché era musone, scoglionato e con la testa a mitria.
L’evento aveva la durata di un intero giorno e imponeva il coinvolgimento di tutto il condominio. Dalla tromba delle scale si spenzolavano capini per la telecronaca in diretta: l’è al decimo piano, l’è all’ottavo, è di sopra, arriva (il prete pigliava sempre l’ascensore e da cima calava in fondo, mai il contrario, digli scemo). Noi l’era tutto un razzolare di case e di scale, tutto un entrare e un uscire, tutto un ridere e un chiacchierare.

Poi si crebbe.
Ciascuno prese la strada a sé più congeniale.
A parte mio fratello, scegliemmo tutti di trasferirci altrove; a parte lui nessuno abita più in zona.
Se ci siamo rivisti, è stato di striscio, di straforo, in ascensore, sul pianerottolo.
Se siamo rimasti informati sugli accadimenti esistenziali, è stato grazie ai racconti dei genitori, che come bollettini riportavano il narrato.
Poi a luglio la mamma è morta.

Si dice che, quando se ne va una persona che è stata importante nella nostra vita, ne arrivano altre a compensare quell’assenza. Di chi lo diceva ho sempre pensato fosse un imbecille. Ora (considerati anche certi recenti accadimenti) ci credo anch’io, ciecamente e completamente.

Ieri il babbo dei due dirimpettai miei compagni d’infanzia compiva 88 anni.
“Ma se (tipo) te e il tuo babbo vi palesaste al momento del caffè per fare un coro d’auguri al mio?” ha scritto l’Organizzatrice di Eventi su whatsapp (sempre sia lodato in questi casi).
Così io e il babbo ci siamo palesati con un vassoio di mignon del Badiani e uno spumante.
Dal frigo sono comparsi una fedora del Semplici e un Antonori ghiacciato.
Sono volati tappi e tappini. Si sono alternate varie fogge di cristalleria. Si sono uditi cori augurali (una stonava). Si sono imbastiti svariati cappottini. Si sono fatte infinite confidenze.
Per la prima volta, non erano più i miei vicini, non erano più i miei dirimpettai.
Erano un pezzo di vita. Erano persone con cui confidarsi, a cui abbandonarsi, con cui parlare del serio e del faceto, di tutto quello che è stata ed è la nostra vita. Di come potrebbe andare a finire questa lunga avventura condivisa.

“Mah, sentite citte, io se un giorno mi girano più del solito, piglio e mi butto giù dal sesto piano.”
“Ma scherzi? Ho letto il rapporto di certi ritrovamenti di cadaveri volati dai palazzi: ma lo sai che se tu caschi di capo c’è il caso che ritrovino pezzi di cervello a venti metri di distanza?”
“Peggio per chi mi raccatta.”
“Ah, no, io allora preferisco la vasca. Un bel bagno profumato immersa nell’acqua e vai col taglio delle vene.”
“Oddio che orrore! Ti ritrovano affogata in un mare di rosso!”
“Sì, però pensaci: ti metti un cappello con un fiocco o dei fiori in tinta ed è perfetto.”
“Io sentite, opto per la morte bianca, da signora ottocentesca. Un bel vestito addosso, un’elegante posizione sopra il letto, una bella scorpacciata di pillole e via”.

Ma per questo ancora c’è tempo.

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