In gita? No, grazie.

Pubblicato il 16 ottobre 2015 da antonella landi

Una volta una mia amica, più giovane di me di qualche anno, mi disse che dopo la laurea avrebbe fatto l’insegnante come me. Alla mia domanda sul perché volesse scegliere uno tra i mestieri più bistrattati, meno riconosciuti e dalla gavetta più lunga e massacrante, lei rispose candida: per portare gli studenti in gita. Già all’epoca mi sembrò una risposta folle. Eppure all’epoca io in gita ci andavo. Tutti gli anni. Parecchio volentieri. E mi ci divertivo pure. Ne intuivo vagamente i rischi, ma intenzionalmente (o ottusamente?) m’impegnavo a trascurarli. Il godimento era così forte, che comunque valeva la pena di fare la valigia e partire. Prima della partenza, oltretutto, aleggiava nelle nostre vite quell’attesa di gusto leopardiano, le aspettative, i programmi, i sogni, i piani segreti che loro elaboravano e che io (come prevedeva il mio ruolo ingrato) dovevo sgamare, io dormo con lei, tu dormi con me, loro dormono con lui. Ma io con chi avrei dormito? Semplice: io non dormivo. Mai. Non dico una nottata intera. Mai. Neanche un’ora. Neanche se la gita durava cinque, sei, sette giorni. A Praga mi conquistai l’epiteto di After Hour. Vedrai. Mica ero nata il giorno prima. Un po’ ero tonta, ma un po’ intuivo che negli zaini nascondevano più materiale bellico che mutande di ricambio: con che coraggio potevo chiudermi in camera e abbandonarmi al sonno? Così simulavo di sentirmi un grillo e mettevo le tende nell’unica stanza in cui si zipillavano tutti insieme. Inibiti dalla mia presenza, almeno tenevano gli zaini chiusi. Vienna, Parigi, Napoli, Milano, Roma. Lago di Como, lago di Garda, Lago Maggiore. Perfino la (noiosissima) foce del Po. Mi sparavo tutte le mete previste dalle scuole in cui zompettavo nelle vesti di precaria. I presidi mi adoravano, perché il docente che accetta di portare le sue classi in gita è un eroe che rende un servizio alla scuola e fa felici le famiglie. Io (senza rendermene conto) ero un’eroina. Io difendevo il diritto sacrosanto dei ragazzi di andare in gita scolastica. E lo ammetto: io avevo antipatia per quei docenti che al consiglio di classe rispondevano uno scandalizzato e aprioristico NO a chi li invitava ad accompagnarli.
Poi crebbi. A onor del vero, cominciai a invecchiare. Con l’avanzare della senilità, si sviluppò in me una parvenza di saggezza. Iniziai a pensare che le notizie tragiche e raccapriccianti che leggevo sui giornali non erano sempre riconducibili a un caso particolarmente raro e sfortunato della vita di qualcuno, ma narravano episodi sempre più frequenti nella vita di molti. Iniziai a rendermi conto che le abitudini e i passatempi degli studenti in gita si facevano sempre più sfuggenti e raffinati, e che io non li potevo più sgamare. La gita in cui Luca Gamberetto nel cuore della notte vomitò la cena (frittura di gamberi) dal quinto piano esattamente sul piazzale dell’hotel, titubai. La gita in cui Francesco Distrattoni si smarrì per le strade di Budapest prima che io facessi l’ennesima conta, ci rimuginai su un bel po’. La gita in cui anziché per musei mi toccò vagare su e giù per i corridoi dell’albergo in attesa che Andrea Sbornia smettesse di vomitare l’anima nel cesso, presi coscienza.
Adesso (e ormai da una decina di anni) alle classi che mi chiedono di accompagnarle in gita rispondo uno scandalizzato e aprioristico NO, a cui generosamente allego la narrazione delle gesta di Luca Gamberetto, Francesco Distrattoni e Andrea Sbornia. La delusione che vedo dipinta sul volto dei genitori non mi tange perché sono in grado di prevedere le reazioni che avrebbero nel caso in cui un imprevisto di questi coinvolgesse i loro figli. I presidi non mi adorano più come una volta. Io però sono l’insegnante più rilassata d’Italia. Perfino la mia amica ha scelto un altro mestiere.

(oggi nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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