Il primo Natale

Pubblicato il 26 dicembre 2015 da antonella landi

Io non mi vergogno a dirlo: a me il Natale piace. Mi piace tantissimo aspettarlo, fare la conta dei giorni che mancano alla chiusura delle scuole, vedere la città bardata a festa che diventa un po’ pacchiana, ficcarmi nelle strade che rigonfiano di gente, dire ma che freddo fa anche se non fa. E mi piace anche quando arriva, anche quando mi delude. Perché diciamolo, è specialità propria del Natale deludere le aspettative e metterci un carico di stress legato agli obblighi e alle convenzioni.
Ma non quest’anno.
Quest’anno il Natale me lo sono fatto su misura, come piaceva a me, ascoltando ciò che il corpo mi chiedeva. La notte della vigilia mi ha chiesto: portami in un posto che non sia bardato né pacchiano, un posto lontano ma non troppo, isolato ma non deserto, mistico ma non retorico. Portami in una chiesa che non sia una chiesa. Un luogo che sia fraterno anche senza conoscere nessuno.
E io l’ho portato da don Gigi.

Luigi Verdi era un ragazzo quando io ero una cittina. Sangiovannese come me, ha otto anni più di me. Si andava all’Oratorio d’inverno e a Gastra d’estate. Si passava molto tempo insieme, ma non si parlava quasi mai. Gigi era timido, timidissimo, bastava che lo guardassi perché si facesse rosso, ma tutto, guance, naso, orecchie. Testa e occhi bassi. Sorriso sornione e delicato. Mai una parola fuori posto, Gigi, mai un eccesso, molto silenzio. In casa sua erano cinque fratelli, quattro dei quali maschi, tutti strampalati. Una delle famiglie più povere di San Giovanni. Il suo babbo Vasco faceva lo spazzino, la sua mamma non lo so. Gigi la domenica andava a distribuire “L’Unità” di porta in porta, il raccolto lo consegnava alla Casa del Popolo di via Mannozzi, poi veniva dal prete al campettino: don Giovanni era l’unico che gli garbava, differente da tutti quelli di prima, gli dava da leggere un monte di libri, gli insegnava un po’ di latino e greco, non lo giudicava mai, lo accoglieva e basta. Finché Gigi decise che voleva fare il prete anche lui. Mancapoco Vasco se lo mette all’anima. Ma Gigi non intese: mollò tutto e infilò in seminario a Fiesole. Ne uscì prima diacono, poi sacerdote, insieme ad altri due ragazzi come lui. Solo che loro furono destinati in due paesoni del Valdarno, luoghi noti, vivaci, popolati da tanta gente, tanti giovani. Gigi invece fu spedito in Casentino, la valle che corre parallela al Valdarno, geograficamente bellissima ma logisticamente eremitica. Tempo poco e dette di matto. Ebbe una crisona di dimensioni tali che fece lo zaino e partì per l’America Latina. Fece il deserto. Incontrò un bambino lungo un fiume che lo abbracciò senza dirgli niente. Conobbe i poveri, quelli veri, ancora più poveri di come era stato lui.
Quando tornò, andò dal vescovo e gli disse: sèguito a fare il prete, ma come dico io. E come dici? gli domandò il vescovo. Gigi si fece dare una pieve abbandonata e semidistrutta, sempre in Casentino. Voglio quella, disse al vescovo, e il vescovo gli disse mi sta bene, prendila.

La Pieve di Romena, oggi, è un gioiello.
Gigi l’ha ricostruita come fece Francesco a San Damiano. Prima da solo. Poi con la poca gente che ci si affacciava a curiosare. Infine con un popolo che ora giunge da tutta Italia pur di ascoltare cosa c’ha da dire. Gigi dice sempre cose forti, ma le dice in modo delicato. Tira schiaffoni che assomigliano a carezze. Più che di Dio parla dell’uomo, parla di noi, di come siamo, di come stiamo.
Alla veglia di Natale Romena era stracolma.
Noi ci siamo arrivati scollinando la Consuma, dopo una sosta al rifugio in legno a bere un bombardino in compagnia di tanti come noi che arrivavano da tutte le parti della Toscana e dell’Italia.
Dopo tutte quelle curve, il colpo d’occhio della pieve illuminata in mezzo al buio di un campo ci ha lasciati senza fiato.
Nella chiesa Gigi non ci tiene le panche. Via tutto, in terra solo stuoie giganti, si sta a gambe incrociate sul duro della pietra. Neanche lui sta all’altare come fanno i preti: siede sui gradini, con la gente accanto, i bambini che gli s’addormentano ai piedi, le signore che si portano il cuscino o la seggiola da casa, gli omini che s’appoggiano alle colonne, i giovani che stanno ritti, seduti, distesi, abbracciati. A Gigi, tanto, gli va bene in tutti i modi.
All’omelia ha detto poche cose, chiare, scarne, essenziali. Cinque punti, chi mi sono scritta sulla mano per non me li scordare: 1. Tornare a vedere il mondo nudo, senza maschere né veli; 2. Ricominciare a gridare, perché nel grido i polmoni si rafforzano; 3. Riprendersi il futuro tra le mani e non aver paura di sporcarsele; 4. Muoversi. Perché se ti muovi infinite cose accadono; 5. Non temere i colpi duri della vita: beati coloro che nei momenti bui non sono scappati.

E ho pensato a te, mamma. A come ti piaceva ogni tanto, la domenica, andare a trovare quel ragazzo che avevi visto crescere e di cui stimavi l’esperienza. E a quanto mi rompevi i coglioni perché volevi sempre che a trovarlo c’andassi anch’io. E io per picca non ci andavo ma anzi, ti sbattevo in faccia la mia fiera metamorfosi ideologica: mamma, io non ci credo più a queste fandonie, mi son venute a noia, Cristo, la Madonna, i Santi, non me ne frega niente, mi lasci in pace o no.
Ma questo è stato il primo Natale senza te.
E io, forse, da Gigi ci sono andata proprio per cercarti.

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