La ricomparsa di Luggio

Pubblicato il 26 febbraio 2009 da admin

Luggio sparì un paio d’anni fa e io credetti che si fosse offeso.

Autocitarsi non è mai elegante, ma mi è indispensabile per narrare quanto seguirà. Nel mio primo libro Luggio godeva di un capitolino tutto suo. Vi avevo narrato l’approccio in calcata cadenza calabrese con cui mi abbordò ai tempi del mio primo incarico scolastico e avevo indugiato con amichevole inclemenza sulla sua comicissima loquela di matrice cosentina, ma d’influsso multietnico, sputtanando il suo modo di chiamarmi (“bringibèssa”) e gli adagi popolari su cui si basava la sua innegabile saggezza (“rigorda: drobba gonfidenza borta sembre alla malagreanza”).

Siccome dopo l’uscita editoriale non mi capitò più di sentirlo, pensai che -come le mie colleghe di quella scuola media- l’avesse presa male. Ma mentre delle prime non m’importava un fico secco (anzi), nei confronti di Luggio provai un sincero dispiacere, perché al collega che aveva tentato in ogni modo di concupirmi (eterni nella mia memoria resteranno i baci perugina pigiati nel cassetto in sala professori e le rose dal lungo gambo strangolate dal braccio del tergicristallo della mia Fiesta d’allora) volevo bene con autentica sincerità.

L’altro giorno Luggio -servendosi del mezzo telefonico- è improvvisamente riapparso, colorando di amicizia e di allegria la mia giornata.

“Pronto?”.

“Brondo, bringibessa”.

Così ho scoperto che non aveva la minima idea di essere finito dentro un libro (“ma ghe minghia hai fatto in tutto guesto tembo?”), che lavora ancora nella scuola (“sì berò mi sono rotto il gazzo”), che era convinto mi fossi sposata (“ma gome, angòra libera sei?”), che era certo mi fossi riprodotta (“ma allora digevi seriamènte guando avevi ventigingue anni…”), che sospettava fossi un’irriducibile nemica del contratto matrimoniale (“io lo sabèvo che non eri legna per fargi grocifissi”), che mi ricordava con molto affetto (“minghia checculo tenevi al guell’età”) , che era dispiaciuto di aver perso la possibilità di imparentarsi con mia madre (“guella donna mia suogera doveva divendare!”), ma soprattutto era rammaricato di non avermi mai convinta a nient’altro che una colazione al bar e quattro risate in sala professori (“ma guando eri sdronza”).

Insomma sta bene.

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