Controvento

Pubblicato il 7 febbraio 2016 da antonella landi

La prima volta in cui presi in mano un’antologia per il biennio delle scuole superiori avevo quattordici anni e avevo appena iniziato il ginnasio. Ne ho un ricordo scolorito, e non solo perché è passato molto tempo. La mia insegnante di Lettere (di cui conservo invece una memoria nitida e luminosa) procedeva per lo più di testa sua, ci cuciva addosso le lezioni accogliendole come un accadimento quotidiano che si può pianificare solo in parte. Oltre a lei, ricordo bene anche l’immane raccolta di appunti che presi in quei due anni: era quella, la mia vera antologia, che non a caso tuttora custodisco con la cura riservata agli oggetti preziosi.

La prima volta in cui sfogliai un’antologia nelle vesti d’insegnante, invece, fu ventitrè anni fa. Rimasi sbalordita dalla metamorfosi che l’oggetto aveva subito mentre io ero impegnata a dare esami e laurearmi. La scuola in cui iniziavo a lavorare non mi sembrava neanche parente alla lontana di quella in cui avevo studiato. I libri su cui avevo sudato, sadici nella loro avarizia informativa, centellinavano le note e proponevano pochissimi esercizi. Tutto quello che imparavamo intorno a un brano giungeva dalla professoressa, senza la quale alcuni testi -poetici o narrativi che fossero- sarebbero rimasti un mistero irrisolto. I volumi che mi ritrovavo tra le mani ora che insegnavo, al contrario, mi supplivano completamente. Fiumi di note, pagine di spiegazioni, inserti, glossari, finestre, box, neretti, corsivi, attività, esercizi: un tripudio di agevolazione. Perfino (che orrore) la parafrasi scritta su colonna di fianco all’originale.

Cosa ci stavo a fare io? Che senso aveva la mia presenza? E che ne sarebbe stato del cervello dei miei alunni? Su ogni poesia veniva praticata una sistematica e impietosa vivisezione, il testo veniva smontato, i suoi componenti catalogati, numerati, registrati, infine assemblati nuovamente insieme. Tipo di verso, tipo di strofa, figure retoriche di contenuto, di parola, di sentimento. Ogni testo in prosa fatto a pezzi come il corpo di un vitello al mattatoio: le sequenze. Furono queste (ricordo) a farmi trasalire più di ogni altra novità. Non avevo mai fatto a pezzi un brano letterario. Non avevo mai sfilacciato Verga, né ridotto in macinato Pirandello. Mi ero sempre e solo limitata a leggerli, a godere di quelle parole. La mia professoressa del ginnasio non ci disse niente su L’uomo dal fiore in bocca: semplicemente, ce lo lesse. Ce lo lesse bene. Anzi, benissimo. Con le pause giuste, con un’intonazione teatrale ma non affettata, con un coinvolgimento emotivo che non puzzava di scimmiottamento. Tutta la classe si commosse. Io non avrei scordato mai quella lezione.

Ora scoprivo che le sequenze potevano essere molteplici: narrative, descrittive, riflessive, dialogiche. Ma non era finita. Potevano essere anche macro. Se la sequenza m’inquietava, la macrosequenza mi gettava nel panico. Mi affidai alle fantasiose mani di Gèrard Genette. Bevvi le sue Figure, Figure II e Figure III. Tentai di fare mia la sua frase-chiave (“Per me, l’apprezzamento estetico è costitutivamente oggettivista perché non può rinunciare al proprio corollario di oggettivazione senza pregiudicare se stesso come apprezzamento”) e mi azzardai perfino a riproporla ai miei primi studenti. Lo sguardo che mi lanciarono mi fece sospettare che la defenestrazione poteva essere vicina. Ma soprattutto, che il mio amore per quello che insegnavo io poteva diventare il disamore di quello che (non) avrebbero imparato loro.

A distanza di un ventennio abbondante, ho smesso di farmi quelle domande che mi hanno tormentato per tutto questo tempo (come si deve comportare un insegnante quando presenta un autore e i suoi testi a una classe di adolescenti? Deve allinearsi alle antologie in circolazione e alle direttive ministeriali? O deve puntare dritto al cuore -oltre che alla testa- dei ragazzi che ha di fronte e a cui prima di tutto deve rendere conto?) Ho smesso di chiedermelo, perché m’illudo di essermi data una risposta.

L’insegnamento è un atto seduttivo. L’insegnamento delle Lettere in particolar modo. Trattare un testo letterario come un esperimento chimico è fare come quell’uomo che, per conoscere una donna, le chiede il numero del piede. Un libro va prima di tutto amato. Se si insegna, va fatto amare. A qualsiasi costo, anche a quello di disubbidire a un Ministero. Per farlo amare agli studenti, è indispensabile che essi ne restino sedotti, non sdegnati. In passato, quando mi sorprendevo artefice di queste considerazioni, mi sentivo in colpa: perché tra tutti gli insegnanti furoreggiava la vivisezione del testo e io non riuscivo a sopportarla? Perché a me piaceva leggere un’opera, condividerla con quelli che mi stavano davanti e -al massimo- cucire addosso a loro delle attività che li aiutassero a farla propria, amandola? Mi sentivo sbagliata, inadatta, blasfema, e tenevo per me quel segreto immondo.
Poi, un giorno, ho iniziato a parlare. E ho scoperto che in tanti, in tantissimi, la pensano come me.

La pensa esattamente come me, ad esempio, la coautrice di questa non-antologia, che ho avuto la fortuna d’incrociare lungo il mio sentiero professionale e con cui ho elaborato questa proposta editoriale. Da qualche anno, lavorando nella stessa scuola, uniamo idee, spunti e intuizioni nel tentativo di valorizzare e non di uccidere quello che insegniamo, col sogno di interrompere “quella strage quotidiana” che si perpetra a scuola e di cui il poeta Davide Rondoni ha scritto con il suo consueto ardire: “Vi dico: siete dei monaci. E dei guerrieri. Non tradite pure voi, in questo generale tradimento di chierici e di giornalisti, di esperti di comunicazione e di editori o agenzie di eventi culturali… Siete monaci e guerrieri a custodia e a incremento di un bene prezioso, che nessuno quasi più comprende. La chiamano: letteratura. Ma non è altro che vita ridestata dalla lingua. Lasciate perdere i programmi, le scadenze, i disegni analitico-storici… Fateli per quel minimo indispensabile. Che è vicino allo zero. Alzatevi in piedi, piuttosto, leggete. Fate teatro di questa vita della lingua quando in essa giunge il colpo della vita. Fate così, come i monaci in piedi, e i guerrieri. Perché da ovunque il nulla occhieggia. E cala sui viottoli o sulle autostrade della vostra possibile pigrizia, della vostra inappellabile buona coscienza, del vostro malinteso senso del dovere”.

Ecco, a me e alla collega che ho accuratamente scelto per giocare questa sfida, piacerebbe fare questo. Per realizzarlo, abbiamo selezionato testi che parlino ai ragazzi ed elaborato esercitazioni ispirate all’interiorizzazione dell’esperienza della lettura. Abbiamo inventato attività da concretizzare in piccoli gruppi. Abbiamo puntato su una didattica laboratoriale che spinga gli studenti a condividere l’amore per i libri, che come ogni amore va gridato al mondo e fatto riecheggiare.

In questa non-antologia destinata al biennio delle superiori vi aspettano autori che nel triennio non ritroverete e incontrerete nomi che, giunti alla fine della quinta, non avrete mai tempo di affrontare. Insomma è l’ultima occasione. Almeno a scuola.

Dalla Prefazione a: ANTONELLA LANDI-SILVIA COLLINI, Controvento. L’antologia per scoprire il piacere di leggere e scrivere, D’Anna editore.

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