Addio, Paolo

Pubblicato il 26 marzo 2016 da antonella landi

La mia prima volta con Paolo Poli avvenne che ero ancora una bambina. Non ricordo esattamente quanti anni avevo, di sicuro non arrivavo a dieci. La mamma mi portò al Teatro Bucci di San Giovanni dicendomi che saremmo andare a vedere un grande artista. Non conoscevo la letteratura e non dicevo mai, neanche per errore, una parolaccia. Mio fratello era già nato, ma parlava ancora la lingua degli infanti rispettando alla lettera il diktat familiare del babbo, che vietava nella maniera più assoluta perfino lo “stupìdou” delle comiche di Stanlio e Ollio. Solo molti anni dopo, insieme, io e Tommaso avremmo intrapreso la crociata per lo sdoganamento di lemmi volgari e variopinti, mettendo all’angolo nostro padre e la sua educazione nazi-puritana e liberando dalle catene comunicative anche la mamma, che entusiasta si unì ai nostri “cazzi”, alle nostre “fiche” e ai nostri “coglioni”. Ma quella sera in cui andammo insieme a vedere Paolo Poli, eravamo entrambe ancora linguisticamente vergini.
Quando tornai a casa ero sconvolta.
Quell’omino alto e asciutto, dalla calata sfacciatamente toscana, aveva detto di tutto. Ricordo tra le altre cose che si cimentò in una interminabile lista di sinonimi con cui (sosteneva candido) era lecito chiamare il pisello dei maschi. Antesignano del celebre sketch di Benigni (quello in cui sarebbe comparso per la prima volta il neologismo composto “sventrapapere”), Paolo Poli pronunciò una lista di parole irripetibili per indicare il pene. Ma soprattutto ricordo che mai prima di allora avevo visto ridere in quel modo la mia mamma. Col mio animo puro di bambina, mi voltavo a guardarla seduta accanto a a me e le vedevo cascare le lacrime dagli occhi, mentre la sua poltroncina sussultava per le risate a cui si abbandonava. Tacitamente autorizzata dalla sua reazione, risi anch’io come una pazza. Ci divertimmo da morire.
Da grande tornai molte volte a vedere Paolo Poli. Quando mi trasferii a vivere a Firenze era un appuntamento fisso. A volte ridevo meno (allo spettacolo su Guido Gozzano per esempio mi vennero due palle che fregavano per terra), ma a lui non rinunciavo mai.
Conobbi sua sorella Lucia quando fummo chiamate entrambe dal Comune di Firenze per leggere pubblicamente la favola della nostra vita alla Biblioteca delle Oblate. Io lessi Cecino e il bue di Italo Calvino. Lei recitò a memoria la favola del gallo di Aldo Palazzeschi (Carlo Monni si cimentò in un porno-rap in cui descriveva il coitus di una coppia sopra la panchina di un parco, ma è un’altra storia). A spettacolo finito, mi avvicinai a lei per dirle che la stimavo tanto, ma che amavo suo fratello.
Insomma, Paolo Poli è morto.
Lo ha fatto ieri, a poche settimane da quello che sarebbe stato il suo 87mo compleanno, lo ha fatto in modo decoroso ed elegante, nel suo stile, con la sua grazia masco-femminile, la sua levità congenita, in un silenzio da cui fu immune nella vita.
Io l’ho saputo in tempo reale, da un sms personale spedito da Palermo, prima ancora che le testate online aggiornassero l’home page e ne dessero l’annuncio. Mi è venuto da pensare che poco tempo fa, all’inaugurazione del restaurato Teatro Niccolini, mi era sembrato il ritratto della salute e mi ero detta: vedi?, chi tiene in forma il proprio cervello, non invecchia e non muore mai.
Invece si invecchia e si muore tutti.
Perfino Paolo Poli.

Comments are closed.