A scoprire Firenze

Pubblicato il 27 settembre 2009 da admin

Amo questa città quando si fa conoscere, scoprire, alzare la gonna per mostrare sotto cosa c’è. Quando apre le porte e mi lascia entrare. Quando smette di fare l’altera e si lascia penetrare. Quando cessa di essere avara e offre qualcosa senza farsi pagare.

Oggi ho potuto finalmente farmi condurre da un esperto nella visita guidata di una delle zone a me più care.

Piazza Massimo d’Azeglio.

Mille ricordi mi legano a quella piazza.

Quindici anni fa ci portavo il cane Nello. D’estate, a corrergli dietro lanciando bastoni che toccava raccattare a me (lui, in quanto presocratico esistenzialista scettico e agnostico, non si sarebbe mai degnato). Ma soprattutto d’inverno, incappucciata fino al naso per il freddo che m’inebriava e che m’inebria, a contemplare le luci degli interni di quelle meravigliose residenze.

Vicino alla piazza aveva lo studio il ragazzo che amavo e che mi aveva regalato il cane nel compleanno più indimenticabile di tutta la mia vita: io e Nello andavamo ad aspettarlo lì, arrivando in largo anticipo per poterci perdere un po’ tra le aiuole, i cespugli e i sentierini. Nel buio delle giornate corte, io avevo gli occhi buoni del mio cane per orientarmi tra le strade della vita. Ed ero felice. Perché ero molto giovane, ma mi sentivo padrona della mia esistenza, che avevo rigirato come un calzino in una lucida e salvifica consapevolezza.

Ma insomma, oggi.

Oggi il programma messo a punto dall’Amministrazione Comunale proponeva il racconto della storia della piazza e dei luoghi immediatamente limitrofi. Consentiva poi l’ingresso alla Sinagoga ebraica e la visita accurata del Cimitero di Porta Pinti, meglio noto come Cimitero Inglese.

La guida era un certo Marco Diciamocosì.

Poiché diceva sempre “diciamo così”, se lo avessi avuto in classe gli avrei imposto di scrivere mille volte la frase “è fatto severo divieto di ripetere in continuazione diciamocosì”, ma poiché (tormentone linguistico a parte) era chiaro, gradevole nella spiegazione e nell’aspetto, l’ho (effettivamente) gradito.

Nel gruppo di venticinque, selezionate e prenotatissime persone, c’erano anche i due che in nessun gruppo mancano mai: Secchiona e Saputello.

Secchiona, fissa in prima fila, faceva sempre sìsì con la testona.

Se l’avessi avuta in classe, l’avrei spedita immediatamente in ultima fila per non doverla guardare.

Saputello anticipava odiosamente le parole di Marco Diciamocosì parlando al posto suo con l’aria di chi pensa: tzè, lo sapevo già.

Se l’avessi avuto in classe, l’avrei mandato subito dal Preside con un biglietto in mano: “Sto parecchio sulle palle alla professoressa d’Italiano, per favore mi tenga qui o passerò un brutto quarto d’ora”.

Marco Diciamocosì però ha tollerato tutto (vuoi mettere due ore di giro turistico in confronto a nove mesi di lezione?) e ci ha portato a zonzo volentieri.

La Sinagoga ebraica è un posto incantevole che per anni avevo guardato solo dall’esterno. Nemmeno dal cortile: dalla strada. Perché il presidio militare non ti fa entrare neppure a guardare da vicino la fontanella nel giardino.

Nel 1868, David Levi, presidente dell’Università Israelitica, con legato testamentario destinava i suoi beni alla realizzazione di un luogo di culto ebraico “degno della città”. L’acquisto di un terreno nei pressi di Piazza d’Azeglio, nel nuovo quartiere della Mattonaia, permise così la costruzione della nuova Sinagoga (1874-1882) sorta sulla base dei progetti di Marco Treves e altri architetti.

Entrarci oggi significa respirare un profumo diverso da quello incensato e penetrante delle nostre chiese cattoliche e non vedere alle pareti nemmeno l’ombra di un’immagine sacra antropomorfa. Solo un rivestimento policromo di motivi decorativi dipinti ad arabeschi rossi e blu.

Uscirvi significa trovarsi di fronte l’elenco su marmo dei 248 ebrei fiorentini che rimasero vittime del nazi-fascismo.

Marco Diciamocosì ti consola in parte, facendoti altre cifre: mille sarebbero oggi gli ebrei membri della comunità fiorentina e duemila se vi si sommano anche quelli dislocati tra Arezzo e Siena. Quindi ti riporta in piazza.

E ti dice (“diciamo così”) che al civico 35 viveva Pellegrino Artusi, quello del ricettario più sfogliato d’Italia. Così mi tornano in mente i passaggi più famosi e imperituri: “Un pasto buono e uno mezzano/ mantengon l’uomo sano”, “Molto cibo e mal digesto/ non fa il corpo sano e lesto”, “Piglia il cibo con misura/ dei due regni di natura”, “Prima digestio fit in ore”. Hai capito, il vecchio Artusi: pure in piazza d’Azeglio mi abitava.

Sulle mie zeppe di dodici centimetri ho raggiunto infine piazzale Donatello e la sua isola cimiteriale abbracciata da un anello di traffico perpetuo. Io stessa c’avevo razzolato intorno una vita, in auto, in bici, a piedi, sognando di vedere la tomba della poetessa Elizabeth Barret Browning, che scelse Firenze per vivere e morire.

Oggi l’ho visto, il sepolcro contrassegnato solo da tre lettere puntate (E.B.B.), e ho ripensato -indirizzandoli stavolta non a un uomo, ma alla città in cui  anch’io ho scelto di vivere e morire- ai suoi versi d’amore del sonetto 43.

In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all’altezza
che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
agli scopi dell’Esistenza e della Grazia ideale.
Ti amo al pari della più modesta necessità
di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
Ti amo con la passione che gettavo
nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
Ti amo di un amore che credevo perduto
insieme ai miei perduti santi, – ti amo col respiro,
i sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! – e, se Dio vorrà,
ti amerò ancora di più dopo la morte.

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