Come quella volta

Pubblicato il 15 maggio 2016 da antonella landi

La Deona da un paio d’anni canta nel coro del quartiere delle Piagge. Ci sente abbestia, è motivata e fogatissima, vorrebbe che tutto il mondo cantasse insieme a lei.
Dice la Deina: “La Deona si esibisce alle Leopoldine in piazza Tasso: dobbiamo assolutamente andare ad ascoltarla e applaudirla.”
Alle nove siamo lì, schierate e fiere della nostra amica, interessate al programma che leggiamo sull’opuscolo appoggiato su ogni sedia: Jiva Jive di Ben Oakland, O Jesu Christe di J. van Berchem, Ai preat la biele stele (un canto popolare friulano), Otche Nach (un Padre Nostro in lingua russa) di Kedrov, Signore delle cime di De Marzi, O Shenandoah di nonsocchì, C’è un uomo in mezzo al mare di Rastelli.
Prima di loro però deve esibirsi un altro gruppo, quello del quartiere delle Cure. Zona cittadina più elitaria e snob (che io chiamo le Curegge proprio per ridimensionarne la supponenza), le Cure(gge) hanno anche il coro più serio e musone, il cui programma non a caso prevede pezzi pesi e impegnativi che includono perfino quattro sonetti musicati di quell’uggioso di Petrarca.
Ma insomma, via, partiamo, noi siamo pronte, concentrate e assorte.
“Oh -dice a un certo punto all’orecchio la Deina- hai visto? il prossimo pezzo s’intitola Rostiva i corni. O icché vòl dire secondo te?!”
E’ bastato questo.
Niente di che, in effetti.
Ma io l’ho guardata.
Lei mi ha guardata.
E un’onda ingestibile di riso ci ha invase.
Quel riso immotivato e inspiegabile che ti viene a scuola quando hai quindici anni, in classe c’è la tua professoressa più cattiva, tu sai bene che se ti becca a ridere ti fa un culo come una regione, eppure a te scappa da ridere, tanto, tantissimo, da morire, non ce la fai a trattenerti, a distrarti, provi a pensare a qualche cosa di brutto e di terribile (per esempio che se lei ti becca sei fottuta), ma niente funziona e tutto ti fa ridere, anche la prospettiva di finire in presidenza. E più sai di non poter ridere e più ti scappa, più cerchi (almeno) di ridere piano e più il tuo corpo sussulta, ondeggia, traballa, e tu sai, sai perfettamente che quelli dietro ti vedono la schiena tentennare e quelli davanti ti sentono il respiro moccicoso che ti smuovono le lacrime.
Piangi dal ridere, gli occhiali ti si appannano e si appannano anche alla Deina, infatti contemporaneamente ve li sfilate per spannarli con l’angolo della maglietta ma anche quel gesto sincrono è la vostra rovina, anche quello vi fa ridere, come tutto vi farebbe ridere, anche una mosca che si trovasse a passar da lì per caso.
La Deina poi a un certo punto s’innervosisce, vorrebbe smettere di ridere perché in un moto d’orgoglio si ricorda di avere cinquant’anni, ma non può, e dà la colpa a te, quando è evidente che tutto è partito da lei e la responsabilità giace interamente nelle sue mani. Si mette i capelli di lato per non doverti guardare, tu allora la bussetti con il gomito perché non è giusto, non vuoi che ti tagli fuori così dalla sua vita, ti senti sola nella tua disperazione comica, devi condividere, devi smezzare tutto quel riso o soffocherai.

E mi è tornata in mente quella sera di tanti, tantissimi anni fa.
Io e la mamma eravamo andate su fino al castello di Cennina, ad ascoltare un concerto di chitarra classica.
Siccome eravamo arrivate all’ultimo momento, trovammo due posti liberi, ma lontani, uno in cima, uno in fondo a una lunga panca di legno. La mamma si mise da una parte, io dall’altra. E il concerto cominciò.
Poche, pochissime note, e la mamma si sporse dalla fila di persone che ci separavano, cercò i miei occhi e quando li ebbe trovati storse bruttamente i suoi, facendomi quell’espressione a cui non resistevo.
Non resistemmo neanche quella volta e ci toccò andar via dopo dieci minuti passati a far traballare la panca per quanto ridevamo.

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