Menù d’autunno

Pubblicato il 29 settembre 2009 da admin

Finita (se dio vòle) l’estate più appiccicosa, sudaticcia e sfiancante dopo quella del 2003, si può ricominciare a organizzare cene a cui invitare gli amici più cari senza doversi necessariamente squagliare al cospetto dei fornelli.

Dovete pianificare un menù che sia d’effetto ma non da esaurimento? Cercate pietanze da poter preparare prima che gli ospiti si materializzino alla vostra porta in modo tale da poterli accogliere senza l’unto del fritto sulle mani o il sudore del vapore sulla faccia e poter stare a chiacchierare insieme a loro senza dovervi assentare in continuazione per andare a razzolare il pentolone come una massaia derelitta? Follow me. Seguitemi. Ho l’idea che fa per voi.

Esordirei con un antipasto da consumare tiepido sul terrazzo. (Non avete il terrazzo? Non morirete di certo per questo: io ho vissuto per sei anni murata viva in un nidino di quaranta metri quadri. Ora che ce l’ho, nessuno riuscirà a sradicarmi di lì neanche a gennaio.) Servirete dunque una “quiche di zucchine e funghi champignon”. Dice: troppo difficile, a cominciare dal nome. Ma il nome esotico si mette così, per fare scena: tràttasi infatti di una ben più comune e dozzinale tortaccia salata ricavata da una base di pasta brisé bell’e pronta della buitoni da afferrare al banco frigo dell’Esselunga, portare a casa, srotolare sul banco da lavoro e inzeppare di dischetti di zucchine e fette grassottine di quei funghi bianchi che non sanno di nulla ma che ci stanno bene a livello di colore. Olio, sale, peperoncino, una bella razzolata e in forno finché non diventa tutto d’oro. Alla quiche, uno (volendo) abbina ciò che vuole: assaggio variopinto di patatine, nachos, noccioline e anacardi, robetta così, tanto per stare insieme a sbevazzare murando un po’ le pareti dello stomaco perché il prosecco (compagno di sempre) non sciaguatti troppo tra i meandri del contorto budellame.

A questo punto si è fatto buio, si rientra tutti nell’appartamento e ci si mette a tavola per bene.

Primo piatto saranno i celeberrimi “termosifoni alla crema di peperone”. C’è una ditta di pasta, la Garofalo, che propone questi cosi buffi. Io li compro solo per ridere mentre li cucino. Ma poi a mangiarli sono favolosi perché intrappolano il sugo e accompagnano i commensali verso le più vertiginose vette del piacere culinario. E ora non dite: i peperoni tornano a gola. Se li fate a dadini e li cuocete a vapore, quindi li unite al pomodoro appena appassito insieme a uno spicchio d’aglio e infine li disintegrate col frullatorino a immersione, non vi si ripresenterà in bocca nemmeno il ricordo di averli mangiati, perché fatti in questo modo diventano digeribilissimi pur restando pieni di sapore.

E siamo al secondo. “Straccetti di petto di pollo al vino bianco e limone” con contorno di purè di patate. Lo straccetto va ripassato in una cupolina di farina, sale e pepe e quindi cotto in olio e aglio. Quando gli si abbronza il muso, ci si strizza sopra un limone intero e gli si versa addosso una spisciolata di vino bianco, che evaporerà in parte per il calore della fiamma, tenuta bella alta. E’ vero, a livello cromatico il piatto (pallido, triste, malaticcio) assomiglierà a una portata da ospedale. Ma il sapore è buono, la spesa è ragionevole e il successo è garantito.

Per il dolce l’alternativa è duplice: o vi lanciate in una sfoglia (sempre già pronta, sempre buitoni, sempre all’Esselunga) cosparsa di marmellata d’arance della suocera e incastonata di fette di mela fuji, o rimanete in speranzosa attesa che ve lo portino gli ospiti. Essi potrebbero tuttavia presentarsi a mani vuote. Sventrate a quel punto un barattolino sammontana con una certa disinvoltura signorile e mettete su il caffè, per un affogato.

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