A cosa serve la maturità

Pubblicato il 26 giugno 2016 da antonella landi

Ogni anno ricevo la nomina a commissario esterno ed entro in una scuola nuova per esaminare alunni che non ho mai visto prima. E ogni anno me lo chiedo. Serve ancora questo esame? Che lo chiamiamo di Stato o di maturità, ha ancora un senso questo appuntamento finale che chiude un quinquennio di studi superiori? Come me se lo chiedono in tanti, addetti ai lavori e non. E molti si rispondono che no, non serve. E che, a volerlo mantenere, andrebbe quantomeno modificato, aggiustato, perfezionato. Che così com’è non funziona perché riduce a quattro prove (tre scritte e una orale) un percorso lungo e significativo che non può ridursi a un incontro con il fato e la casualità.
Secondo me l’esame serve, per molteplici ragioni.
L’esame serve perché incombe. Un ragazzo inizia le scuole superiori e il fantasma della maturità prende a perseguitarlo. Gli si dice di fare un buon biennio perché è lì che si mettono le basi per affrontare al meglio quello che verrà dopo. Dopo infatti giungerà il triennio. Come una grossa Arpia ingombrante, la maturità svolazza sulle classi e tacitamente minaccia chi sta sotto, gli studenti (ma anche i docenti). Dice loro che, presto o tardi (ma comunque molto prima di quanto essi credano), quelle date fatidiche di giugno arriveranno, e con esse arriverà la resa dei conti.
L’esame serve perché costringe. A organizzare un certo lavoro, a pianificare i tempi, a imparare l’ordine e imporsi una disciplina. Sapere che quella prova arriverà, sta arrivando, è già qui, porta i protagonisti di quest’avventura a sintonizzarsi con essa: i professori lavorando con un impegno più capillare, gli studenti reggendo un passo a cui probabilmente non sono abituati.
L’esame serve perché porta a interrogarsi. Chi sono io? Quali sono i miei talenti da spendere, le mie passioni da alimentare? Con quale carta d’identità intellettuale e culturale posso presentarmi a questo appuntamento importante, quali aspetti del mio carattere devo far fiorire al cospetto di una commissione che per metà mi conosce bene, ma che per metà m’ignora del tutto?
L’esame, soprattutto, serve perché fa paura. In un mondo iperprotetto, nel quale gli adolescenti vengono tutelati da ogni rischio e da tutti i timori, l’esame costringe all’emozione che comporta il batticuore. Obbliga all’elaborazione di tattiche logistiche per far fronte all’incertezza e di strategie che trasformino in coraggio la trepidazione. E’ come una dichiarazione d’amore: sai che te la giochi tutta lì, in quel luogo e in quel momento, e che devi farlo bene o perderai qualcosa che per te conta. Non a caso, quando la maturità finisce, nessuno è mai uguale a prima che iniziasse.
L’esame, infine, serve perché chiude un cerchio spalancando un avvenire. Non andrai più a scuola, non siederai più su quei banchi, non sarai più costretto a una rendicontazione quotidiana del tuo impegno, non vedrai più tutti i giorni le stesse facce; in compenso sceglierai una facoltà universitaria o ti costruirai una professione, ma tutto avverrà sotto altre regole e con altri ritmi. E’ una fase esistenziale che si conclude. L’esame di maturità è la sigla finale della prima parte del tuo film.
E poiché qualunque formula, vecchia o nuova che fosse, mostrerebbe falle e limiti, tanto vale lasciarlo com’è e fargli giocare il vero ruolo che gli appartiene, quello di essere il simbolo di un momento della vita che non verrà mai dimenticato.

(Oggi nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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