Tre quarti

Pubblicato il 7 luglio 2016 da antonella landi

Cari genitori dei futuri primini della scuola media Paolo Uccello. Che cosa vi sconvolge tanto, della prospettiva che i vostri figli si ritrovino in classe tre compagni stranieri su quattro? Intanto non si chiamano stranieri: si chiamano “non italofoni”. Poi ci sta anche che italofoni lo siano eccome. Ci sta che lo siano di più (e meglio) dei vostri figli nati e vissuti sempre qui. Magari sono nati qui anche loro, magari alle elementari hanno studiato e imparato bene la nostra lingua. Lo sapete che i rumeni, gli albanesi, i polacchi e i moldavi sono ferratissimi in grammatica? E sapete che un peruviano “entiende” perfettamente quando “habla” un italiano? Sì, un cinese combatte con la “erre” e con un impianto logico del tutto differente, ma se dice di farcela ce la fa, perché pochi popoli hanno quella costanza militaresca e quel senso radicato della disciplina. Davvero mi sfuggono i motivi del vostro sdegno e della vostra preoccupazione. Mi dicono che avete aperto una pagina Facebook apposita in cui sfogare perplessità e ira (“Si arriva addirittura a classi con 15 stranieri e 4 italiani. Questa secondo voi è integrazione o, come diciamo noi, sostituzione?”). Questa, secondo me, è miopia. Lasciate che vi racconti qualcosa di molto personale.
Sei anni fa fui trasferita in una scuola in cui il 75% dell’utenza era non italofono. Il primo giorno entrai in una classe prima di 33 cinesi (c’era anche tale Miao, nome che ritrovo nella lista della Paolo Uccello). Ero convinta che non sarei arrivata a giugno. Non solo vi arrivai: sono voluta rimanere cinque anni, in quella scuola. Perché in nessun’altra prima avevo avuto così forte l’impressione di fare e di imparare qualcosa di importante. Fu un quinquennio faticosissimo: di quei 33 cinesi, solo 10 parlavano fiorentino. Li trasformai nei miei aiutanti e furono grandiosi. E fu un quinquennio straordinario: insieme agli studenti italiani, ho imparato mille cose sui Paesi da cui provenivano quelli che voi liquidate con il nome di “stranieri”. Ho assistito alla nascita di rapporti solidi tra tutti quei ragazzi, molto più attenti a cogliere le qualità umane dei coetanei che non la loro provenienza geografica. Mi sono goduta lo scambio culturale quotidiano che avveniva tra quei banchi. Mi sono rilassata, perché in quella scuola non c’era bullismo. E mi sono accorta che dietro ogni “straniero” c’è una storia inimmaginabile, talora tragica, ma quasi sempre poetica. Perché la poesia, a volerla cercare, si trova dappertutto. Anche (anzi soprattutto) in una classe in cui, su venti alunni, quindici arrivano da molto lontano.
Potreste mandare i vostri figli in una scuola privata del centro. Avrebbero tutto un altro destino (non necessariamente migliore). Ma perderebbero la grandissima occasione di praticare in prima persona l’integrazione, uno dei pochi settori in cui la scuola arriva prima della società.

(oggi, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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