Spino e Zoa

Pubblicato il 30 ottobre 2016 da antonella landi

Ho tre amiche che vivono insieme e che hanno un cane. Anzi, una cana. Si chiama Zoe. Io la chiamo Zoa.
Zoa è un alano nero che dire bello è dire nulla. Zoa non è bella. E’ bellissima. Alta e slanciata, di coscia lunga e culo ritto, col muso incupito anche quando è feliciona, Zoa di carattere è estremamente riservata e selettiva. La prima volta che le piombi in casa ti guarda torva, poi ti abbaia col vocione roco arretrando lentamente, quindi ti scansa con precisione scientifica. Non ti provare ad andarle dietro per le stanze perché s’indispettisce. Quando s’infila sotto il piumone significa che non c’è, che non esiste. Quindi che vuoi? Vattene.
Ma se ti accetta e (meglio ancora) s’innamora, allora è tua per sempre.
Zoa è un cane che, per spazio occupato e cibo consumato, vale quattro (forse cinque). Ma le mie amiche adorano i cani. Non ne sono mai paghe. Non si saziano mai.
“Dobbiamo prenderne un altro” dissero d’estate.
“E’ vero. Zoa, alla fine, è un po’ piccina.”
“A me va bene.”
“Prendetene uno da quelle associazioni che salvano i galgos spagnoli o i greyhount irlandesi!” suggerii io.
Entrammo in un mondo fino a quel momento sconosciuto: quello dei “secchi”, i cani levrieri. Tutte insieme (benché io fossi un’intrusa) decidemmo che sarebbe stato femmina come noi (e come Zoa) e che si sarebbe chiamata Agata. Inaugurammo una chat di gruppo su whatsapp (nome: Agata) in cui discutere solo del nostro cane immaginario. Agata, nel nostro mondo parallelo e inesistente, acquistò corpo e sostanza (magra), ebbe un carattere (traumatizzato dalle violenze subite), fu coccolata (virtualmente) e salvata dalla sua tristezza originaria. Quando pensammo di aver fatto un buon lavoro e ci sentimmo pronte per passare dalla teoria alla pratica, iniziammo l’iter. Visitammo molti siti web di quelle associazioni, ne scegliemmo due (Bryan’s Rescue di Roma e Gaci di Modena), ne compilammo i questionari, e attendemmo pazienti di essere chiamate. Un pomeriggio, che ricordiamo come un dì di festa, ci telefonarono e ci tennero inchiodate all’apparecchio per un’ora: chi eravamo? Che tipo di vita facevamo? Quanto tempo avremmo dedicato al cane? Quanto tempo saremmo state costrette a lasciarlo solo? Che cosa gli avremmo dato da mangiare? Lo avremmo protetto abbastanza dal freddo che questa razza prova? Lo avremmo tutelato dal caldo che questi cani non sopportano? Come brave scolarette, fornimmo la risposta esatta a ogni quesito. Fino all’ultimo. Eravamo consce del fatto che i levrieri, a causa del loro passato burrascoso ma anche di una loro natura immutabile, non vanno MAI lasciati sciolti ma vanno SEMPRE tenuti legati a un guinzaglio?
“Ma perché?!”
“Perché hanno un istinto alla caccia congenito e acutizzato dalla vita a cui gli umani li hanno sottoposti. Se lo lasciate libero, il levriero scappa. E poiché corre velocissimo, va così lontano che spesso poi non sa tornare. Il suo olfatto non è molto sviluppato, in compenso la sua vista sì: può scorgere una preda anche minuscola e, una volta libero, correre all’impazzata per catturarla.”
Entrammo in crisi: l’idea di avere un cane cacciatore non ci convinceva; ancora meno quella di doverlo tenere prigioniero anche una volta liberato dal canile. Ma non desistemmo ancora. Anzi, salimmo in macchina e andammo fino a Pescia, in provincia di Pistoia, a conoscere una delle responsabili di queste associazioni, che ne possiede quattro. Rimanemmo estasiate, perché i levrieri sono incantevoli: dolci, pacati, discreti, silenziosi, timidi, riservati, profumati, elegantissimi. Ma la responsabile fu molto onesta e ribadì quello che sapevamo già: lei quando li porta fuori non li scioglie mai, in compenso li lascia sempre liberi nel suo grandissimo giardino. Grandissimo giardino che noi non possediamo. Desistemmo, abbattute e sconsolate. Il nostro sogno era finito? No.
Il nostro sogno è arrivato ieri. Viene da un canile di Caserta, ha viaggiato di notte in un furgone bianco con altri venti cani, ci è stato consegnato all’alba al casello di Firenze Nord, tutto merdoso perché per la paura l’ha scaricata in gabbia e ci ha sonnecchiato sopra pur confuso e titubante. Nella sua nuova casa lo attendeva acqua fresca e una quantità di cibo degno di Eliogabalo, una cuccia mimetica nuova di pacca morbida e avvolgente, un collarino che ha subito indossato, salviette profumate da cui si è fatto ripulire, una spazzola con cui si è lasciato pettinare, una cana alana di nome Zoa che lo ha accolto con rispetto e una folla d’umane che gli ha cinguettato intorno per dodici lunghe ore, mentre lui dormiva il sonno dei giusti e dei fortunati.
Ha quattro mesi.
Si chiama Spino.
La nostra vita non sarà più la stessa.

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