Quarant’anni dopo

Pubblicato il 16 novembre 2016 da antonella landi

L’appuntamento è dal Giusti, all’uscita autostradale di Incisa. Il tempo fa paura, tuona, diluvia e tira un vento triestino; il tergicristallo non sta al passo, le gomme scivolano, la viabilità è semiparalizzata; fa un freddo becco. Ma abbiamo detto alle otto e mezzo, e alle otto e mezzo cascasse il mondo ci saremo.
Eccoci, ci siamo.

Scusate, ma siamo bellissimi.
Perdonate la confusione bambinesca che portiamo dentro un ristorante altrimenti quieto, ma siamo troppo contenti.
Abbiate pazienza, non prendiamo subito posto a tavola, ma abbiamo da abbracciarci stretti, da stringerci forte.
Il tempo è passato, ma questa sera noi lo riportiamo indietro, indietro, indietro con tutta la forza che ci è rimasta addosso, fino ai banchi di una scuola del centro, e addosso abbiamo il grembiule bianco o nero, al collo un fiocco rosa o azzurro, tra i capelli una molletta sghemba o una passatina, la riga in mezzo o in parte, tutti al naturale senza trucco e tacchi, ai piedi calziamo scarpine comode di para, e sotto siamo ben coperti per non ammalarci. Siamo tutti bambini e abbiamo sei, sette, otto, nove e dieci anni: siamo alle elementari. Le nostre maestre si chiamano Anna e Sara, impariamo a scrivere e contare, in seconda abbiamo l’esamino, disegniamo i banchi del mercato in prospettiva, piantamo un fagiolo nel cotone e aspettiamo che germogli, recitiamo poesie a memoria, all’intervallo corriamo nel cortile e giochiamo a guardie e ladri, a un due tre stella, ci invitiamo a feste di compleanno casalinghe e sobrie, giochiamo con gli animalini di plastica e i soldatini, ci scaccoliamo di nascosto, andiamo insieme al gabinetto.

Un pasticcere, un avvocato, un pizzaiolo, un ingegnere, un poliziotto. Tre professoresse di italiano. Uno che potrebbe diventare il prossimo sindaco del paese. Un ex calciatore di serie A. Una cassiera della Coop. Un’insegnante di musica. Impiegati e dirigenti. Perfino un ausiliario del traffico. Chi ricorda tutto, chi poco o niente, chi era pieno di capelli e ora è in piazza, lei era mora e adesso è platino, lui timidissimo e ora tiene banco, lei cicciotta e ora una silfide, lui un piccolo Sandokan e ora molto meglio di Kabir Bedi. Per non perdere il filo neanche a mangiare, dopo un antipastone ordiniamo la cosiddetta pizza a nastro, una catena ininterrotta di pizze miste già tagliate a spicchi da afferrare e passare a quello accanto. Ci siamo messi alternati, un maschio e una femmina un maschio e una femmina, per mescolarci meglio, per stare accanto anche a chi non siamo stati mai in cinque anni di frequentazione giornaliera, e per parlare tutti insieme non facciamo che berciare, e da lato a lato del tavolone immenso ci facciamo i versi con la bocca e ci strizziamo l’occhio, e il dolce non lo vuole nessuno ma poi lo prendiamo tutti. Ho due figli, ne ho tre, non ne ho, mio padre è annegato nel Mar Rosso nuotando felice insieme ai pesci della barriera corallina, mia madre è morta disperata, sono sposata e felice, mi sono separato, sono ancora single ma chissà, ho preso centodieciellode, non ho finito l’università, la laurea me la prenderò tra qualche anno, voglio lasciare l’insegnamento e realizzare un museo a cielo aperto in mezzo a un bosco, ho perso il lavoro, ebbene sì ho fatto i soldi, mannaggia a me li ho spesi tutti, sono già in menopausa, sono ancora a rischio gravidanza, ho le caldane, non mi funziona la tiroide, sono stato operato, ho gli attacchi di panico, sono in gran forma, sto bene, sto benino, potrei star peggio.

La notte scende e non abbiamo sonno, il tempo è stato troppo breve e vogliamo dilatarlo allungarlo tirarlo, anziché salutarci nel piazzale vorremmo tornare dentro al caldo e dire ci abbiamo ripensato, scusate, ma siamo bellissimi, troppo belli per andare a casa proprio adesso che ci siamo ritrovati.

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