L’appuntamento

Pubblicato il 27 settembre 2008 da admin

La zia Lolly non era la mia zia.
Era la cugina del mio babbo.

Ma io la chiamavo zia e lui avrebbe potuto chiamarla sorella.
Perché la zia Lolly sapeva essere più zia di molte altre zie che l’anagrafe mi ha assegnato ma che la vita non mi ha mai confermato come tali, e per il babbo era proprio come una sorella vera.

C’è una foto di quando il babbo e la zia Lolly erano piccini, nella quale sembrano entrambi il ritratto della fame e della miseria. Pantaloni corti lui, sottanina striminzita lei, e quattro gamberelle secche e storte all’aria. Ma nello sguardo quella dolcezza di bambini che promettono di restarsi accanto per una vita intera.

La zia Lolly appare nei miei ricordi d’infanzia contemporaneamente all’immagine dei miei genitori. Ella frequentava la nostra casa con una regolarità quotidiana e rassicurante, portava frutta fresca e sorrisi pieni di passione.
La sua generosità era evidente come l’abbondanza delle sue forme fisiche. A guardarla, aveva i contorni larghi e massicci dell’Emilia Romagna e due poppe… due poppe incredibili e morbide come il burro.

La zia Lolly faceva la maestra elementare al plesso scolastico del centro. La sua predisposizione a stare coi bambini era un dono naturale di fronte al quale capitolò anche mio fratello, che non ha mai amato gli insegnanti, ma che per la zia Lolly stravide ancora di più dal giorno in cui la vide per la prima volta camminare tra i banchi della sua classe e capì che la donna che il pomeriggio gli portava le banane ciquita a casa era la stessa che nei cinque anni successivi gli avrebbe insegnato a leggere, a scrivere, a contare e a ragionare di storia e geografia.

La zia Lolly leggeva tutti i giorni il Corriere della Sera e tante riviste diverse. Nel primo pomeriggio, dopo la scuola, trasformava il proprio letto in un triclinio e ci si allungava di traverso, con tutta la carta stampata di cui amava circondarsi per essere aggiornata e sentirsi dentro i labirinti della società. Non concepiva modo migliore per spendere il suo giorno, a parte uscire  e andare a far visita a chi amava di più. Pulire la casa e stirare panni era un pensiero che la sfiorava raramente: per questo, in tempi non sospetti, aveva la donna di servizio che puliva e stirava al posto suo.
“Come sei avanti zia –le dicevo- io da grande voglio la donna, come te”.
“E’ chiaro –rispondeva lei, mentre la mia mamma inveiva dal bagno versando il Cif sui sanitari- tu devi spendere il tuo tempo a leggere, scrivere e godere, mica buttare via la vita a pulire stanze”.

Se lustrava poco i pavimenti, la zia dedicava una cura estrema alla propria persona. Lavava le sue abbondanti carni, talcava le parti più recondite e profumava le zone esposte. Vestiva di colori vistosi e allegri, come fanno le farfalle. Possedeva mille accessori e su tutti troneggiava  la sua collezione di collane.

La domenica il babbo e la mamma caricavano la zia Lolly in macchina e la scarrozzavano a giro per il mondo insieme a loro: diversamente, ella sarebbe rimasta parecchio a casa, perché da ragazza aveva voluto a tutti i costi sposare quell’uomo ruvido e scontroso che alla compagnia degli umani preferiva di gran lunga le palle da tennis quando battono sulla racchetta e fanno toc.

Ma la zia Lolly era sempre serena. E quando non lo era veniva a casa nostra per sfogare le sue ansie.
Regolarmente se ne andava un po’ frustrata, perché la mamma è sempre stata il tipo evangelico alla Marta, la donna che non smise di fare le faccende domestiche nemmeno quando passò a farle visita Gesù.
“Ovvìa, mettiti un pochinino qui a sedere sul divano insieme a me, che si fanno du’ parole” la esortava la zia Lolly, al che la mamma rispondeva che era in grado di gestire la conversazione anche col capo dentro il cesso, a scatizzolare via inesistenti incrostazioni.

Per me invece, quando la zia Lolly arrivava in casa nostra, si fermava tutto il resto. Se leggevo chiudevo il libro, se studiavo interrompevo schemi ed appunti, se ero al telefono riattaccavo. Mi piazzavo sul divano accanto a lei e mi sottoponevo all’amoroso bombardamento di domande. La zia non chiedeva: interrogava. E con me insisteva sempre sulle medesime tematiche, perché secondo lei ero impreparata e anche abbastanza dura.
“Quando ti sposi?”.
“Non mi sposo”.
“Ma perché, scusa?”.
“Perché il matrimonio non mi piace”.
“Eppure tu stai con quel cittino tanto bravo”.
Per la zia, tutti i ragazzi con cui stavo erano cittini tanto bravi: per questo non riusciva a digerire il fatto che io non ne incastrassi neanche uno facendomi scivolare un bell’anello lungo l’anulare.
“Ma all’amore, almeno, ce lo fai?” chiedeva stremata da tentativi di convincimento che vedeva vanificarsi tra le labbra.
La mamma a quel punto si materializzava in sala e rispondeva al posto mio, sostenendo che no, assolutamente no, la sua bambina queste cose non le avrebbe fatte mai prima di un regolare matrimonio. La zia guardava me. Io guardavo la zia. E il fermo immagine di quella scena dimostrava concretamente quanto, in certi casi, le parole siano del tutto pleonastiche.

La zia Lolly c’è sempre stata.
C’è stata quando il babbo e la mamma, giovani sposi strozzati da un mutuo più grosso di loro, facevano fatica ad arrivare a fine mese e avevano bisogno proprio di quel cinquantino che avrebbe fatto la differenza e che lei prontamente elargiva.
C’è stata quando l’aria era calda, il sole tramontava tardi e la cosa più intelligente da organizzare in quattro e quattr’otto era un pic nic d’avanzi sul prato di Renacci.
C’è stata quando l’estate arrivava e tutti noi si partiva allegri per le vacanze familiari.
C’è stata quando sopraggiungeva l’inverno e i pomeriggi erano corti, bui e freddi e lei passava a scaldarci con le sue risate grasse.
C’è stata a tutti matrimoni, e a tutti i matrimoni mi ha fatto la stessa domanda: “Ma tu, quando ti sposi?”.

Il primo giorno libero di questo anno scolastico nuovo, venerdì scorso, m’è bollita in corpo una gran voglia di vederla.
Così sono saltata in macchina, ho percorso trentacinque chilometri e ho suonato al suo campanello. La scampanellata da cui lei capiva che ero io: una serie di rintocchi ritmici e musicali che erano il segno di riconoscimento della mia famiglia con la sua. La risposta è arrivata dopo molto tempo e da una voce che non ho riconosciuto come sua.
Sono salita in ascensore, ho pigiato il sesto piano, sono entrata nell’ingresso e due volti abbattuti mi hanno fato intuire di non essere capitata in un momento buono.
La zia Lolly era distesa sul divano.
Ma non leggeva il Corriere della Sera, né le altre riviste che l’accompagnavano da sempre.
Stava invece imbelle e passiva con lo sguardo arreso e perso nella stanza.
Addosso una vestaglia rosa spento. Al collo nemmeno una collana.
“Zia” le ho detto.
Guardandomi, ha sorriso mestamente e mi ha teso la sua mano.
Una mano da maestra che nella vita ha svoltato moltissime pagine e pulito pochissimi gabinetti: morbida e liscia, senza rughe né screpolature.
“Raccontami qualcosa” ha detto poi con voce fioca.
Così le ho raccontato della nuova scuola dove insegno, dei ragazzi che sto conoscendo giorno per giorno, della vita che conduco dopo il lavoro, delle pagine che scrivo, dei progetti che coltivo, delle serate che passo con gli amici, dei fine settimana che trascorro in Maremma.
“Quando ti sposi con quel cittino bravo?” ha chiesto accarezzandomi l’anulare privo di fede.
Mentre le rispondevo “Zia, ma che dici: lo sai che non sono fatta per sposarmi”, lei sorrideva sorniona e commentava “Non c’è nessuna come te”.

E’ stato il suo ultimo sorriso.
Sono state le sue ultime parole.

Perché subito dopo la zia Lolly ha preso ad urlare per l’indomabile dolore che l’ha attaccata e ad invocare –rivolta verso qualcuno che io non riuscivo a vedere ma di cui intuivo la spaventosa presenza- di portarla via.

La morte l’ha accontentata pochi istanti dopo.
Io l’ho vista abbandonare un corpo che non pareva quasi più nemmeno il suo, così svuotato delle carni e privato dell’energia che l’aveva sempre reso il grande corpo a forma di Emilia Romagna della mia adorata zia.

E sono stata felice che l’appuntamento col capitolo finale della sua vita sia giunto giusto un attimo prima che la sua dignità di donna elegante, bella e profumata si perdesse del tutto nell’umiliazione che la malattia spietatamente impone.

Perché voglio ricordarmela com’era, la zia Lolly: la zia più allegra e colorata che io abbia mai avuto, la zia da cui ho trovato spesso la consolazione che cercavo, la zia più zia di tutte le altre zie che ho, ma delle quali ho sempre fatto una gran fatica a percepire la presenza.

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