Oak

Pubblicato il 27 marzo 2017 da antonella landi

C’è un posto, nel mondo, dove si arriva solo a piedi. Si lascia la macchina davanti all’ultima casa di una strada tortuosa ma ancora percorribile, ci si carica lo zaino in spalla e si comincia a camminare, pratica che lo scrittore francese Olivier Bleys identifica con la ribellione. Prima si sale si sale si sale, fiatone e acido lattico a sfare, poi si pianeggia un po’, si guada un rigagnolo melmoso, si cala fino ad arrivare a un prato di primule e viole, ma poi riparte la salita e non si deve cedere, vietatissimo mollare, il premio è là, lo intravedi a distanza tra i rami appena germogliati. Il tratto finale è tutta piana, un tappeto d’erba tenera con un muricciolo in pietra tirato su a secco tra cui spunta rucola spontanea. Infini arrivi.
C’è una casa costruita su due piani, un forno esterno, un abbeveratoio, un magazzino grande come quelli di Mazzarò con patate agli e cipolle a riposare. Dentro c’è un focolare da accendere all’istante con fogli di giornale e fascine secche, un lavatoio con un tappo in legno, una grattugia fatta a mano da un padre anziano, tanti cappelli da calzarsi sulla testa prima di tornare fuori e correre a salutare lei. Oak.
Oak ha trecento anni, quando la conobbi era vestita di verde, ieri era spoglia ma stabile e possente, come una Demetra che attende speranzosa il ritorno di Persefone. Oak non si muove. Ha un’àncora inzuppata nel terreno, prende tutto ciò che il cielo manda, compresi i rebus di cumulonembi. Oak è la garanzia della presenza, la sicurezza dell’eternità, l’idea del divenire, il concetto della trasformazione. Oak non abbandona, non viene meno alla promessa fatta, alla parola data. Oak ascolta senza giudicare, accoglie senza imporre, si lascia guardare e circondare, non sputa sui regali del destino, è grata all’esistenza.
Per questo è così bello, ogni volta, tornare su da lei.

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