Puzzo di terme

Pubblicato il 13 ottobre 2009 da admin

Avevo quindici anni e andavo in vacanza con i miei.

Lo avrei fatto per molto tempo ancora perché, quando si trattava di lasciarmi sola, essi diventavano dispotici, possessivi, reazionari e sostenitori dello slogan  “Negare sempre ogni libertà all’adolescente”.

Per fortuna erano altrettanto attivi, curiosi e girelloni e portarono ogni estate sia me che mio fratello in luoghi di villeggiatura che, pur non esotici e anzi molto nostrani, non avrei dimenticato mai.

Quell’anno andammo nella porzione di Toscana in cui, una volta diventata donna e trovato l’uomo giusto, avrei acquistato una casa: la Maremma.

Ci andammo in roulotte e, affinché io non mi sentissi troppo sola quando mio fratello giustamente mi mollava per andare a giocare coi bambini della sua età, mi concessero di portarmi dietro l’amica a cui tenevo di più.

Scelsi la Bobe. Perché a nessuna tenevo come a lei.

Fortuna volle che, a pochissimi chilometri di distanza, avesse preso una casa in affitto la famiglia del mio amico Grillo. E affinché il  mio amico Grillo non si sentisse troppo solo negli afosi pomeriggi di agosto, la sua famiglia gli concesse di portarsi dietro due amici a cui teneva.

Lui scelse Legno e Battinocio. Erano quelli a cui teneva di più. Perché erano quelli che gli erano rimasti più vicini dopo che un cancro al cervello aveva cominciato ad assediarlo con lo scopo ultimo di ucciderlo.

Una mattina all’alba ci incontrammo tutti insieme, le due famiglie al completo e i tre amici aggregati, per raggiungere le terme di Saturnia.

Eravamo eccitati e molto incuriositi dal luogo surreale che di lì a poco avremmo visitato.

In macchina cantavamo a squarciagola una fin troppo prevedibile Sì viaggiare, una fin troppo sdolcinata Luna e un fin troppo esplicito Disperato erotico stomp.

Giungemmo alle Grandi Pozze e parcheggiammo.

Ci togliemmo gli abiti e rimanemmo in costume.

Ci immergemmo nelle acque solforose e ci cospargemmo il viso di fango naturale.

Ci appostammo sotto le cascate e ci lasciammo fare il primo massaggio della nostra vita.

Dopo ore di acqua calda e dita lesse, ci sentimmo in corpo una gran fame. Osammo allora presentarci, sudici, fangosi e puzzolenti d’ovo marcio come eravamo, nella elegante piazzetta al centro del paese per prendere posto nel ristorante più famoso.

Ordinammo l’ordinabile e sperimentammo l’acqua cotta.

Spossati e consumati, ma purificati e strafelici, facemmo ritorno alle nostre basi sotto un cielo rosso di tramonto.

Eravamo del tutto ignari del dolore che di lì a poco la vita ci avrebbe imposto, portando via il migliore di noi tutti.

Ma inconsapevolmente sapevamo già che neanche un frammento della gioia cieca di quel giorno sarebbe andato perso.

E domenica scorsa, immersa nelle acque puzzolenti di Saturnia come nei ricordi, io ne ho avuta la riprova.

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