Io e Minnie

Pubblicato il 31 marzo 2017 da antonella landi

Ci conoscemmo l’anno scorso, quando io cominciai a insegnare nella scuola dentro il parco, e lei in quel parco ci veniva (e ci viene) a mattinate intere, insieme alla sua umana, lente e pacate entrambe, perfettamente immerse in quel paesaggio di cui assorbono i colori a seconda dello scorrere del tempo.
Minnie è figlia del Gaci, il Greyhound Adopt Center Italy, l’associazione modenese che da anni salva e importa levrieri dall’Irlanda prima che la fine del loro sfruttamento nelle corse coincida con la loro soppressione. Generalmente ha paura anche della propria ombra. Al parco si fa approcciare da pochissime persone, per lo più scansa con dolcezza chiunque le si faccia vicino per accarezzarla. Convive con tre cani di minuscola taglia rissosi e caciaroni che però la ignorano e che lei stessa non degna di uno sguardo, consumando la propria esistenza in un mondo parallelo, dove probabilmente trova ancora posto il ricordo di tutti gli spregi subiti e dove lei spinge gli occhi quando sembra guardare nel vuoto.
Mi ci è voluto tanto tempo per diventare amica di Minnie. Ore buche e intervalli a balzellarla che passasse lì vicino, colazioni e pranzi sull’erba di quel parco che è il suo mondo circolare dominato dalla pace; una pioggia improvvisa e forte che un giorno la costrinse a cercare riparo sotto il porticato del liceo dove io aspettavo l’inizio di un Collegio. Dapprima la appropinquavo quasi muta, mi facevo eterea per non impaurirla. Ciondolavo distrattamente la mano fino a incontrare la sua testa magra ossuta e lunga da coprire di carezze leggerissime. Adesso non mi formalizzo più. “MINNINA!” grido puntandola da lontano, e le corro incontro, e non mi trattengo, e butto in terra la borsa con i libri, e mi accoccolo sull’erba, e mi faccio della sua statura per abbracciarle il collo possente e metterle la testa sulla groppa.
Lei si lascia fare tutto. Stamani addirittura mi ha accolta in questo modo.

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