Vota il docente

Pubblicato il 16 ottobre 2009 da admin

Più urgente di cazzatine ridicole tipo un grembiulino da far indossare o di un bidello a cui far pulire aule e corridoi, più determinante di uno sconsiderato taglio selvaggio al corpo insegnante nel nome esoso del risparmio a tutti i costi, il vero problema che il nostro Governo (meglio governo, va’) dovrebbe preoccuparsi di risolvere al più presto è quello relativo alla preparazione degli insegnanti.

E non dico la preparazione culturale. Ché per quella in passato ci sono stati i concorsi ordinari a fare una bella piazza pulita e adesso ci sono le Siss (o SSis?) (o SSiss?), insomma, le scuole di specializzazione post-universitarie (che oltretutto costano fior di quattrini).

Dico la preparazione psicologica. Ché a quella invece non ci pensa mai nessuno, ma è la questione che fa la differenza tra un insegnante da dimenticare e un insegnante da portare nel cuore per il resto della vita. Tra un insegnante che ti fa innamorare della materia che insegna e uno che te la fa detestare, oltre che ignorare per il resto dei tuoi giorni.

Ho conosciuto professori che avevano scelto questa professione per mera sete di vendetta. Essi speravano cioè di levarsi, non i sassolini, ma i ciottoli dalle scarpe e far ripagare ai loro alunni le angherie subite ai tempi in cui erano alunni essi stessi.

E ho conosciuto professori che avevano scelto questo lavoro in mancanza d’altro. Dopo una gioventù spesa a sognare tutto un altro tipo di carriera, si erano trovati costretti a mangiare questa minestra perché l’alternativa era saltare dalla finestra. Essi facevano ricadere sui loro studenti la frustrazione di una mancata realizzazione personale.

Ne ho anche conosciuti altri che entravano in classe per rimediare uno stipendiuccio qualsiasi.

Altri ancora a cui tornava comodo evitare di lavorare otto ore.

Questi ultimi non tenevano conto del fatto che il lavoro che si svolge a casa (a meno che non s’insegni Educazione Fisica) supera spesso le otto ore quotidiane, né del fatto che un’ora in classe ne vale almeno tre in un ufficio a cazzeggiare in Internet.

Ripercorrendo a ritroso la noiosissima lista, quelli prima ignoravano il fatto che uno stipendiuccio rimediato senza un briciolo di passione rende quei soldi amari, indigesti e maledetti.

Quelli prima ancora avrebbero fatto meglio ad ascoltarsi a fondo, interrogando le loro attitudini e dandosi da fare per coronare i loro sogni di gioventù. Cos’è un uomo che rinuncia ai sogni di quando era ragazzo? Un’ameba. In alternativa, un paramecio.

I primi, infine, avrebbero dovuto prendere un appuntamento con lo psicanalista e iniziare una terapia provvidenziale. Provvidenziale per gli studenti. Della loro guarigione dalla malattia mentale (scusate) francamente me ne infischio.

Ma torniamo al nocciolo della questione.

Tante volte ci ho pensato: come si potrebbe fare per valutare un docente sotto il profilo psicologico-attitudinale? La risposta è stata sempre quella: non lo so.

Ho ipotizzato un questionario anonimo da sottoporre agli studenti a fine anno, nel quale dare un voto a questo o a quel professore. Ma la capacità di emettere un giudizio del tutto scevro da considerazioni di tornaconto personale forse non è il tratto tipico di un adolescente. Sottoporre lo stesso questionario ai loro genitori: ma i genitori non sono ogni giorno fisicamente a scuola ad osservare i docenti far lezione, né sanno essere giudici più imparziali degli adolescenti. Semmai meno.

Ho pensato che questo controllo dovrebbe essere effettuato dai Presidi. Nel mio caso, dico la verità, l’entrata in aula del Preside m’inibirebbe a tal punto da farmi smettere di essere come sono quando spiego: una indefessa produttrice di figure di merda, tutte volte all’efficacia della comunicazione, ma che sempre figure di merda sono. Smetterei di leggere facendo le vocine, le vocione e le vociacce; smetterei di sbertucciare i quadernoni dei ragazzi con commenti personali; interromperei i miei pellegrinaggi di banco in banco per seminare scappellotti o distribuire strette di spalle incoraggianti; cesserei di proporre gli autori a modo mio, e forse comincerei una lezione su Manzoni dichiarando che Manzoni nacque a Milano nel 1785 e morì sempre a Milano ottantotto anni dopo. Mi sentirei nuda. Mi sentirei ridicola. Mi sentirei stonata. Mentre, se mi lasciano da sola con la classe, mi sento vestitissima, tendenzialmente attendibile e abbastanza intonata.

Perché l’insegnamento è intimità. L’insegnamento è comunione. E’ quasi un processo mistico, l’insegnamento. E bestemmia chi lo riduce alla meccanica trasmissione del sapere. Chi se ne frega della (sola) trasmissione del sapere? Il sapere oggi è (fortunatamente) rintracciabile e fruibile in ogni dove. I libri di oggi spiegano tutto. Quelli di quando andavo a scuola io si divertivano a fare i misteriosi. Le note dei Promessi Sposi commentati da Luigi Russo erano più difficili dell’originale manzoniano. Oggi non c’è parola che non venga spiegata, non c’è verso che non venga parafrasato e scodellato a uso immediato dello studente, non c’è formula matematica o chimica che non trovi una sua dimostrazione chiara, estremamente chiara. Chiarissima.

Ma l’amore per la materia chi lo dà, se non il professore?

La pulce nell’orecchio chi ce la mette, se non il professore?

La voglia di andare avanti negli studi, e di iscriversi all’università dopo aver finito quell’Istituto Tecnico che ci garantiva il diplomino con cui trovare un lavorino a vita, chi ce la fa nascere in corpo, se non il professore?

Analogamente, chi ci fa venire così a schifo i libri, le aule, la scuola, prendere appunti, alzarsi presto la mattina, farsi venire il culo piatto per le ore di studio pomeridiano, rinunciare a uscire per preparare bene un’interrogazione a cui si tiene in particolar modo, se non un professore?

Questo andrebbe verificato, valutato, premiato o (a seconda dei casi) punito.

E questo è difficilissimo da verificare, valutare, premiare o punire.

Scriveva Galimberti una settimana fa su La Repubblica delle Donne: “La professione di insegnante, infatti, non richiede solo competenze culturali, ma capacità di comunicazione e fascinazione perché, da Socrate in poi, sappiamo che queste sono le condizioni dell’apprendimento. Infatti la tanto invocata buona volontà non esiste al di fuori dell’interesse che l’insegnante sa suscitare, l’interesse non esiste separato da un legame emotivo, il legame emotivo non si costituisce quando il rapporto tra insegnante e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione”.

Una volta (sempre in quella scuola media di geni e di faine in cui ho avuto la sventura di insegnare per tre anni) una collega che intendeva screditarmi disse di me che basavo tutto il mio insegnamento sulla seduzione.

Non si rendeva conto, l’imbecille, che mi faceva il più desiderabile tra i complimenti.

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