In direzione ostinata e contraria

Pubblicato il 18 gennaio 2009 da admin

Con una settimana esatta di ritardo sulle celebrazioni nazionali vorrei ricordare Fabrizio.

Lo conobbi a dieci anni, ma non lo amai fino a che non ne ebbi trenta.

Mi faceva antipatia, con quella faccia sbieca, l’espressione insolente, l’occhio a triglia, la postura trasversale, la sigaretta in bocca e la voce stronza.

Non scherzo.

La voce di Fabrizio per vent’anni mi è suonata stronza.

Di canzoni sue ne cantavo cinque: mentre attraversavo il London Bridge, sparagli Piero sparagli ora, questa di Marinella è la storia vera, all’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore, Andrea aveva un amore riccioli neri. Conoscevo gli accordi e li schitarravo davanti al falò guidando nel coro gli amici della mia infanzia, più grandi di me quei tre o quattro anni sufficienti a fare baratro generazionale. Loro infatti conoscevano anche tutte le altre, alle quali si ispiravano per l’elaborazione e il parto di posizioni politiche forti e decise che io maturavo semmai sull’onda di Eugenio e Francesco.

Da grande però conobbi un ragazzo che amava Fabrizio più di quanto non amasse me. “Ti porto al concerto a Brescia” mi disse.

Così lo vidi, Fabrizio.

Cantava seduto accanto a Cristiano, la stessa gamba accavallata sul ginocchio con lo stesso stile, e Dori e Luvi che facevano il coro con la stessa passione.

Depositati fuori dal tendone il preconcetto e ogni difesa, lasciai che i miei occhi lo osservassero con calma e che la sua voce mi entrasse a fondo nella testa. Fu come sentirle per la prima volta, quelle parole nel sottofondo delle quali ero cresciuta: Geordie e i sei cervi ebbero un volto, Piero sparò più forte, Marinella scivolò nel fiume più dolcemente, il pescatore tacque per sempre e Andrea mi innamorò.

La ricostruii a ritroso, la storia di Fabrizio, e, come in tutto quello che si scopre e si ama da grandi, ci sentii un sapore intenso, privo di memoria infantile ma pregno di consapevolezza adulta.

Lui mi seguì nelle lezioni a scuola, ispirò certe parole che presero ad uscirmi dalla bocca e mi occupò definitivamente il cuore, rubando il posto a molti altri che non avevo potuto amare come lui, perché non erano come lui.

Sfiorando la freccia del play, insieme a lui mi sono indignata e intestardita, ho percorso creuze de ma, cercato di camminare in direzione ostinata e contraria, sognato così forte da farmi uscire il sangue dal naso. Ho pensato agli amici fragili che avevo perduto, agli amori che vengono e a quelli che vanno, alle bocche di rosa che battono sui viali e alle anime salve che non conoscerò mai.

E quando, una settimana fa, sono rimasta incollata alla televisione per festeggiare la tristezza di dieci anni di mancanza, ho sentito che Fabrizio arriva, tocca e consola anche in una stanza d’ospedale.

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