Dal diario di Vanda/3

Pubblicato il 17 luglio 2017 da antonella landi

Ragazzi, questa non ha pace.
Ma un giorno a casa? M-a-i.
Io sono abituata a stare fissa in giardino. Pisciatina, corsettina, ronfatina. Spuntino, passettini, ronfatina. Salutino a chi rientra, ronfatina. Cacchetta, ronfatina. Balocchino, ronfatina. Cenina, ‘notte a tutti!, ronfatona.
Questa invece ha il ballo di san Vito, la sindrome del nomade, starebbe sempre a giro.
Ieri fa: preparati, passiamo a prendere il nostro amico e andiamo in un posto spakka.
A me la macchina da sempre non mi fa impazzire. Ho il ricordo di me cucciola, e due mani che improvvisamente mi tiravano su su su e mi mettevano giù giù giù, dentro uno scatolone con le pareti altissime, e poi lo scatolone nel portabagagli di una macchina, insieme a me quell’incapace di mio fratello Vasco, e gli dicevo ribelliamoci, scavalchiamo, scappiamo, ma lui sì, ciao, un tonto fatto e messo lì, dammi una zampa ti dico, fammi scaletta, e lui macché, buono solo a frignare, tant’è che mi saltava il nervo e lo sorbottavo di cazzotti, mentre in pancia avevo la maretta. E’ questo il mio ricordo del primo viaggio in automobile.
La Tipa però da quando ha me guida pianissimo, smussa le curve e frena con dolcezza, evitando gli scossoni.
E insomma ieri mi hanno portata alla Villa Demidoff di Pratolino, spakka davvero, pratoni sconfinati, sentieri a saliscendi, alberoni centenari, e poi un Gigante! Ma un gigante gigantesco vi dico, accoccolato sul bordo di una vasca piena d’acqua e di ninfee in fiore, stava lì e ci guardava, io paura zero, non ho paura di nessuno, io.
Avevamo lo zaino con tutto l’occorrente e una stuoia grande da stendere sull’erba. La Tipa mi ha fatto la toeletta completa (spazzola professionale e salviette detergenti all’aloe vera), mi ha dato il premietto (barretta antialitosi da sgranocchiare) e mi ha tolto il guinzaglio. “Ho portato anche la pappa serale per la Vanda -ho sentito che diceva a quell’amico nostro- se decidiamo di restare a cena fuori”. E te pareva.
A due passi da noi c’era un palco, facevano le prove di un concerto, e un mercatino di ciarpame etnico, si son fermati al banco di una fulminata che gli ha attaccato un pippone sulla floriterapia e i rimedi vibrazionali, tecnica metamorfica, numerologia e test kinesiologico, ma io dico, da uno a dieci, quanto saranno scemi gli umani?
A cena invece siamo andati via, da un’altra parte. Per una stradina tortuosa e superpanoramica (lui guidava, io e lei insieme nel sedile accanto) siamo arrivati a una certa Santa Brigida, da un certo “Nappino”, ristorante trashissimo ma bono da morire (ho gradito i gamberetti, i moscardini e la bottarga), tirava un venticello mitico, la cameriera ha servito prima l’acqua a me che la cena a loro.
E insomma, che dire. Io gli voglio bene, però spero che il Moro ancora non ritorni.

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