Perché non si sa mai

Pubblicato il 24 luglio 2017 da antonella landi

Zero cinque cinque zero sei sette uno sette quattro cinque.
Prima di partire per le vacanze in Corsica con la sua famiglia ti dettò questo numero, il Moro. Il numero della Clinica Veterinaria di viale Europa, aperta 24 ore su 24.
Perché non si sa mai, aggiunse.
E tu in quel momento ricordasti alla perfezione chi era il Moro: una persona previdente, scrupolosa, precisa e coscienziosa. Tutto il contrario di te. Quando stavate insieme era lui quello ordinato. Tu eri la cialtrona. Ma del resto lui è Vergine, tu Acquario. Ci stava.
Quindi ci stava anche quella serie di numeri che ti dettò prima di partire (oltre alla clinica, il pronto soccorso veterinario e -cosa di cui ignoravi addirittura l’esistenza- il servizio taxi riservato agli animali), per cui non ci facesti troppo caso e sorridendo attaccasti il fogliolino allo sportello del frigo, accanto al testo di una canzone di Nada, a una tua foto da giovane in bicicletta, alle indicazioni alimentari del centro agopuntura Fior di Prugna e al programma dei cinema all’aperto dell’estate 2017.
Poi, a quel fogliolino e a quel perché non si sa mai, non ci hai pensato più.

Con Vanda hai trascorso venti giorni belli come un sogno bello: avevi un cane, questo cane era un beagle, questo beagle era figlio di Nello, lo avevi visto nascere e crescere, poi te ne eri dovuta separare e avevi sofferto molto. Ma la vita adesso ti faceva il più meraviglioso dei regali: riavere quel preciso cane, il beagle figlio del tuo beagle, per venti giorni a casa tua, tutto per te. Vanda. La canina più bella e simpatica del mondo. Burbera, astiosa, bisbetica, dispettosa, ladra, mariuola. Ma bellissima e simpaticissima. E poi che forma smagliante nonostante i suoi quindici anni. Sempre all’erta per indovinare i tuoi movimenti, sempre pronta per uscire insieme a te. L’intestino talmente puntuale che ci potevi rimettere l’orologio: due cacate al giorno, una la mattina, una la sera, e una cacca che era una poesia, non quel marronaccio scuro volgarone, né quel giallognolo malaticcio e rivoltante, ma un elegantissimo castagna dalle perfette dimensioni, in linea e in proporzione con le sue misure e i suoi tredici chili. Un piacere sublime raccoglierla con la mano a guanto dentro il sacchettino e tenerla un poco lì, caldina, rassicurante, vitale, prima di annodare e poi gettare.
L’hai fatta tornare ragazzina, le hai regalato una seconda giovinezza, avete condiviso amicizie e attività, rincasando di notte felici come due bambine e sorridendo ognuna nello stile proprio, tu con la bocca, lei con la coda.
Fino a due sere fa.
Perché non si sa mai.

Due sere fa vi siete sbaciucchiate per la buonanotte, hai spento la luce, ti sei addormentata. Ma dei passi leggeri e suonanti sono venuti dopo poco a svegliarti e a mostrarti l’orrore. Vomitava. Una volta. Due volte. Tre volte. Quattro volte. Cinque volte. Dietro il divano. Sotto la scrivania. Accanto alla pianta. Sotto la finestra. Sul terrazzino. E non aveva terra che la tenesse, non trovava pace, era l’inquietudine su quattro zampe, un motorino che non si ferma mai, un peluche semovente con una batteria interna eterna. Vanda, tesoro, vieni qua, vieni sul tuo cuscinone azzurro, prova a riposare, cerca di dormire, cosa ti senti, cosa succede, vuoi venire a letto con me, vuoi uscire a fare i bisogni. Ma Vanda niente. Voleva solo vagare e vomitare, vomitare e vagare. Hai riavvolto il nastro mentale. Quel pomeriggio. La casa in campagna. Il grande giardino. Vanda cosa hai mangiato, cosa hai preso, cosa hai ingoiato.
Alle tre di notte hai staccato il foglietto dal frigo, hai fatto quel numero.
Perché non si sa mai.

“Sì, salve, ho una canina, un beagle, ha quindici anni, sta male, sta malissimo, vomita, vomita tanto, non trova pace, non ha fermezza, non so cosa fare, la prego mi aiuti.”
“Mi aiuti a capire signora. Mi descriva il tipo di vomito.”
“Prima ha rifatto la cena, poi ancora un po’ di cibo, dopo saliva e schiuma, schiuma e saliva.”
“Il cane oggi ha mangiato qualcosa di diverso dal solito?”
“No, ha mangiato le sue crocchette, non ha mangiato altro.”
“E dove è stato?”
“Con me in campagna, nel grande giardino di un’amica.”
“E’ stato lontano dal suo controllo?”
“No, sempre vicino a me. Fatta eccezione per una decina di minuti.”
“Cosa è accaduto in quei dieci minuti?”
“Ha trovato un varco nella rete ed è uscito, lo abbiamo ritrovato nella corte della casa vicina.”
“Potrebbe aver mangiato qualcosa di tossico.”
“Oddio. Del veleno.”
“No signora, i sintomi che lei mi ha descritto non sono quelli causati dal veleno. Potrebbe aver mangiato un animale, che so, una lumaca, un uccellino morto, una carogna insomma.”
“Vengo subito da voi in clinica.”
“Aspetti signora, non sia precipitosa, aspettiamo un po’ e vediamo cosa succede. Lei provi a monitorare il cane, probabilmente adesso che si è svuotato non vomiterà più, proviamo a farlo riposare, in caso contrario ci richiami.”
“Ma io ho paura, la canina è anziana, e non è mia, ho tantissima paura.”
“Stia tranquilla signora, non è veleno, sarà sicuramente un disturbo alimentare. Risentiamoci tra qualche ora.”
Perché non si sa mai.

Tra qualche ora, di notte, è un’eternità. E allora tu per spingere più forte il tempo fai un errore madornale: ti metti al computer e scrivi cane vomita. Ti si srotola davanti un tappeto di notizie, tutte fosche, minacciose, terribili, mortali. Il cane vomita perché è avvelenato, il cane vomita perché sta per morire, il cane vomita perché non c’è più niente da fare. E poi stare attenti al colore del vomito. Se il cane vomita giallo con striature marroni non c’è più speranza. Mentre tu riprendi fiato perché Vanda non ha vomitato giallo con striature marroni, Vanda vomita giallo con striature marroni, lì, davanti a te.
Perché non si sa mai.

Sono le cinque del mattino e tu tremi, tremi in tutto il corpo. Addosso hai la vestina trasparente da notte, ai piedi le infradito di gomma, in testa una pinza gialla da parrucchiera, sul viso solo le occhiaie. In quello stato osceno ti riversi sulla strada, adagi Vanda in auto e parti verso viale Europa. Piangi. Piangi a voce alta. Ti cola il moccico sul labbro di sopra. Preghi: non ti chiedo mai nulla, ma stavolta sì, non farla morire. Piangi. Ti volti e la guardi: ha appoggiato il muso scolorito sul sedile del passeggero, è l’emblema della sofferenza, il simbolo del dolore del mondo, ha gli occhi chiusi e tu pensi con terrore che potrebbe addormentarsi per sempre, allora le urli svegliati stai sveglia non dormire Vanda guardami non chiudere gli occhi Vanda guardami, ma Vanda sembra un bimbo che muore di fame, sembra una donna assassinata dal suo uomo, sembra un civile innocente ucciso in una guerra infame.
Albeggia quando parcheggi in quella via da cui non eri più passata e da cui eri convinta non saresti passata mai più.
Perché non si sa mai.

Chissà cosa aveva mangiato Vanda, in quei dieci minuti sfuggiti al mio controllo. Qualunque cosa fosse, l’ha stesa per un giorno intero, il giorno più lungo della mia vita, un giorno che non potrò mai cancellare anche se lo vorrei. Ma la dottoressa era brava e Vanda è forte. Le analisi del sangue parlano di lei come di una giovincella. Il suo cuore è regolare e robusto. La coagulazione ematica perfetta e veloce. Il suo corpo è una roccia.
Anziché andare da Oak come era nei programmi per il finesettimana, abbiamo fatto una convalescenza (fisica lei, psicologica io) lenta e accudita, consumata ad attendere il ripristino di tutte le funzioni fisiologiche e il ritorno dell’appetito, condivisa con chi è corso al nostro capezzale e ci ha sostentate, alimentate, abbeverate, e con chi ci chiamava dalla Corsica per tranquillizzarci. Lo stesso che aveva dettato quei numeri.
Perché non si sa mai.

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