Non mi guardare così

Pubblicato il 25 luglio 2017 da antonella landi

Chi non ha mai avuto un cane, e un beagle in particolare, non può capire il potere ottico di questi animali, la capacità comunicativa sprigionata da due semplici bulbi oculari. Chi non ha mai avuto un cane, e un beagle in particolare, mi prenderà per scema. Non me ne frega niente.

Vanda ha capito che qualcosa sarebbe di lì a poco cambiato quando mi ha vista preparare le sue cose. I due cuscinoni da cane, le sue medicine, la spazzola magica con cui in venti giorni ho portato via tutto il pelo morto e tirato a lucido quello nuovo, le salviette all’aloe vera con cui la umettavo dopo la spazzolata, la lozione alla camomilla con cui ammorbidivo le cispe secche intorno ai suoi occhi di vecchietta. Si è seduta accanto al borsone e ha sguainato uno sguardo da foca cucciola prima della bastonata mortale.
“Ti prego, non mi guardare così.”
Poi siamo uscite. Mentre passeggiavamo lungo il viale, il Moro ha chiamato per dire che ci aspettava all’ora di pranzo, anzi, che a pranzo ci invitava addirittura, nel ristorante vegano davanti al suo negozio, per permetterci di salutarci con calma. Avevo in mano il sacchettino azzurro con la cacca di Vanda dentro, a momenti mi cade dalla tristezza. “Tanto lo so che piangerai, sono pronto”, ha detto ridendo. Io invece simulavo una maldestra allegria che non provavo per niente.
Siamo andate a Campo di Marte, per iniziare ad avvicinarci a lui per gradi, abituarci all’addio nel modo meno doloroso. L’ho portata con me in biblioteca con la scusa di cercare la guida della città spagnola dove volerò domattina all’alba nella speranza che tutti i perri che vi incontrerò possano distrarmi dal pensiero della perra migliore del mondo. Ma le ore 13 sono arrivate con la velocità con cui sono passati questi venti giorni, una velocità incredibile, scandalosa, offensiva.
In macchina Vanda mi dava nasate alla mano appoggiata sul cambio perché le accarezzassi la testa, le lisciassi le orecchie, le tirassi piano piano i baffi storti e ribelli.
“Non mi guardare così.”

E poi è stato un precipitare improvviso, tra un fiore di zucca ripieno di soia e un polpettone di humus e carote, tra racconti scuciti di vacanze còrse e avventure canine straordinarie, tra la proposta di restituire i soldi lasciati alla clinica di Viale Europa e la richiesta, al loro posto, di poter rivedere colei che mi ce li ha fatti lasciare, di non perderla ancora dopo averla ritrovata. Vanda di tanto in tanto alzava la testa e mi guardava, mentre io pensavo non mi guardare così, o a lasciarti non ce la farò mai. Invece sono stata brava, bravissima, e non ho pianto. Finché il Moro e Vanda non sono scomparsi dietro la porta a vetri del negozio.

(Tra le centinaia di foto che le ho scattato, pubblico a conclusione di questi indimenticabili 20 giorni quella preferita dal Moro. E anche da me.)

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