L’inciampo della vita

Pubblicato il 22 ottobre 2009 da admin

Fino a un giorno preciso hai condotto un’esistenza identica a quella di mille altri bambini di due anni. Autonomo e vivace, scorrazzavi per le stanze di casa e nei giardini, all’asilo e con gli amici. E siccome la natura ti ha fatto per regalo un’euforia destabilizzante e contagiosa, dove andavi te la portavi dietro e l’attaccavi addosso agli altri, come un virus spiritoso.

Poi, quel giorno preciso, sei inciampato.

Tu non ci hai nemmeno fatto caso: eri piccino e c’avevi da rialzarti per correre dietro alla congrega mattacchiona con cui stavi giocando.

Neanche quelli che vivevano con te hanno dato importanza all’episodio, sebbene tu fossi inciampato praticamente contro il niente.

Non c’era un gradino, non c’era un rialzo, non un tappeto, né un oggetto.

Non c’era niente in terra, eppure sei inciampato.

Ma del resto a chi non capita?

Tutti inciampano, e chissà quante volte.

Tu però sei inciampato anche il giorno dopo.

E il giorno dopo ancora.

Inciampavi perché dentro al tuo corpo, nei giorni in cui correvi, saltavi, giravi intorno alla tua vita appena cominciata, faceva il nido una malattia che un acronimo riassume come CMT.

C come Jean-Martin Charcot; M come Pierre Marie; T come Howard Henry Tooth.

Ci sono tre medici, dietro la sigla che dà il nome alla malattia che si sta impadronendo del tuo corpo. L’hanno scoperta loro e loro per primi –come si dice in gergo- l’hanno descritta.

Se vuoi definirla per esteso e atteggiarti ad anglosassone, puoi chiamarla Hereditary Motor and Sensory Neuropathy.

Se vuoi accorciarla in un altro modo, puoi ricavare il nuovo acronimo HMSN.

Se invece vuoi tradurla, basta che tu consulti un dizionario: neuropatia motorio-sensitiva ereditaria.

E se ancora non hai capito che diavolo è successo, succede e succederà dentro il tuo corpo, posso provare a dirtelo a parole mie.

Hai una sindrome neurologica ereditaria a carico del sistema nervoso periferico.

La forma più diffusa di questa malattia si caratterizza per la perdita di tono muscolare e della sensibilità al tatto, in particolare agli arti inferiori al di sotto del ginocchio. A volte gli effetti si notano anche negli arti superiori al di sotto del gomito.

Le gambe ti diventeranno esili, magre, deboli e sottili.

Le mani ti si curveranno senza che tu lo voglia.

Andando a colpire spesso anche l’apparato respiratorio e le corde vocali, ti si trasformerà la voce.

Il freddo diventerà il tuo peggior nemico: il vento gelido dei primi giorni d’inverno ti darà arti intirizziti e voglia di restare in casa. Ma tu uscirai lo stesso, perché hai da andare ad allenarti, a tenerti attivo, a tenerti vivo.

Perché tu sei così per natura.

Sei volitivo.

Sei estremista.

Sei tutto e subito.

Sei sturm und drang.

Sei la tempesta e l’assalto.

Sei  nemico dell’accidia.

Sei contro lo scetticismo.

Tu perdi la testa per il cinema e il teatro.

Tu scriveresti anche mentre dormi.

Perché tu credi che noi siamo ciò che costruiamo.

Tu sei uno che ci vuole credere.

E infatti sei pure un credente, ma un credente problematico, critico, polemico.

Non sei allineato, non sei tesserato, non sei imbrancato.

I gruppi a tutti i costi li detesti.

Veneri l’individuo e la sua eccezionalità.

Sei un rompicoglioni che non imbocca mai la strada più in discesa.

La tua vita è in salita, ma cosa te ne frega, tu la sali, e a mollare non ci pensi proprio.

E poiché sei ironico, tutti quei gradini te li mangi con l’ironia dipinta sulla faccia.

I muscoli facciali potranno compromettersi e costringerla ad adottare l’espressione del malato, ti dice il dottore.

Tu lo ascolti e quando esci dal consulto, per esorcizzare la paura sorridi anche di più.

Delle prime volte in cui inciampasti non hai brutti ricordi.

Forse una volta sola, quando il maestro delle elementari, portandoti al circo con la classe, ti isolò dal gruppo mandandoti più indietro nelle gradinate. Lui lo fece per paura che potesse succederti qualcosa. Tu ci respirasti dentro l’ingiustizia della discriminazione e della mortificazione.

Ma poi tornasti a fare quello che era più forte anche di te: ridere.

Ridevi coi bambini, coi compagni, e anche coi tuoi genitori, che intanto costruivano per te un mondo d’ovatta dove tu potessi anche inciampare e sbattere, senza farti male mai.

Ma arrivò l’adolescenza e tu sentisti male.

Il corpo ti cambiava e ti cresceva, come le voglie e le paure che ci sentivi dentro.

Ti accorgesti che più di mezza umanità aveva capelli lunghi e profumati, poppe  armoniose come colline toscane e un bellissimo culo su cui avresti appoggiato tanto volentieri le tue mani irrigidite.

Il timore di un rifiuto ti trasformò nel cavaliere senza macchia a cui tutti potevano chiedere ma da cui non ci si aspettavano domande.

Rimanesti un uomo-bambino per molto tempo. Troppo.

Diventasti l’amico universale.

Sì, va bene, però dov’era la tua amica personale?

La tua amica viaggiava su un aereo per attraversare un oceano, atterrare nella tua città, iscriversi a una scuola d’italiano per stranieri e incontrare te, che c’insegnavi.

La tua amica ha i colori del grano e lo sguardo della serenità.

La tua amica non pensa mai al passato e del futuro se ne infischia: lei è tutta concentrata sul presente e vuole essere felice oggi.

Quando ti ha detto che voleva esserlo con te, tu le hai chiesto di sposarla.

E hai fatto bene, perché lei in te ormai vede solo la vita e non scorge più la malattia.

Al momento non esistono cure per il tuo morbo, che il Ministero della Sanità classifica come “raro”. Puoi solo sforzarti per continuare a muoverti, a tenerti attivo, a fare fisioterapia, a nuotare, a condurre un’esistenza sociale, vivendo in mezzo agli altri, coltivando vecchi e nuovi amici, lavorando come hai sempre fatto da quando ti sei laureato e sei diventato un avvocato, baciando di giorno la tua sposa, dandoci sotto di notte per fare un figlio insieme a lei, sorridendo all’esistenza e chiamando “normale” anche quella che hai condotto e che conduci dal giorno in cui inciampasti per la prima volta e dopo il quale, via via che il tempo è passato, hai dovuto cominciare ad appoggiarti a un attrezzo di ferro a quattro gambe per sorreggerti.

Mentre tu vivi, la ricerca medica procede.

Mentre la ricerca medica procede, tu organizzi una serata di beneficenza perché i fondi da destinare alla ricerca, in questo Paese di sprechi, di evasori e di puttane, non sono mai abbastanza.

Mentre tu organizzi una serata di beneficenza per la raccolta dei fondi, tante persone accolgono il tuo invito a prendervi parte e ti dicono di sì.

Perché tu sei una persona talmente eccezionale, che non lasci nessuno indifferente.

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