Quinte, palchi e palchetti

Pubblicato il 26 ottobre 2009 da admin

Il teatro è un mondo parallelo dove il potere ce l’ha la fantasia.

Il teatro, uno che ci va da pubblico pagante, lo vive solo a mezzo. Perché l’altro mezzo rimane nascosto dai drappi e dai tendoni, dalle corde e dai cavi dell’elettricità nascosti dalle canaline scocciate a terra un po’ alla buona.

Per questo io a teatro ho sempre paura di battere una boccata proprio mentre si aprono le tende e la gente parte con l’applauso per dirti benvenuta, facci vedere cosa tiri fuori.

Sabato sera quello che ho tirato fuori era un monologo di tre pagine e mezzo, scritto e letto per dare il mio più che esiguo contributo a una serata d’arte a trecentosessanta gradi dove musica, ballo, balletto, satira e mimo si sono rincorsi a ritmo sfrenato fino all’una della notte, intervallati dalla vulcanica verve scenica della speaker Alessandra Maggio con la quale dividevo il camerino.

“Secondo te, il foulard di scena, meglio tutto nero con i penerini in seta o sempre nero ma venato leggermente in verde, a staccare?”.

Secondo me il secondo, perché tutto nero è troppo nero, perché in teatro si può andare anche di colore purché non sia viola, e perché il verde mi mette un’allegria addosso che non so spiegare.

Più che allegra però, sabato scorso ero travolta.

Dalla voglia di stringere la mano ad Alessandro Benvenuti; dalla curiosità di vedere da vicino il faccino da bambina di Micol Barsanti e ascoltare da due metri la voce scoperta, apprezzata e prodotta da Lorenzo Cherubini; dall’emozione di pesticciare il dietro le quinte gomito a gomito con tutti gli altri artisti. Artisti veri, presenti alla serata per l’amicizia che li lega a chi l’aveva tanto a lungo sognata e l’ha tanto bene organizzata.

Avrei voluto dirglielo, al direttore artistico del Teatro Dante, al grande maestro che ammiro da sempre: “Signor Alessandro Benvenuti, lei mi piaceva tanto già quando recitava nei Giancattivi con il Nuti e con la Cenci; e mi piaceva tantissimo quando ha iniziato a firmare le prime regie cinematografiche, invitando il suo pubblico in casa Gori a consumare il più esilarante e demenziale pranzo di Natale; e mi piaceva da morire quando ha dato vita artistica a Ivo il tardivo, il personaggio poetico e sghembo di Castelnuovo dei Sabbioni, paese fantasma che prima c’era, e ora non c’è più. Lei mi è sempre piaciuto, signor Alessandro Benvenuti, perché mi è sempre sembrato quello che infatti è: una persona seria, un professionista vero, un uomo umile”.

Ma non ce l’ho fatta, anche perché sabato scorso lui era concentratissimo sui tempi, gli incastri, le pause e le performance degli artisti e l’unico momento in cui avrei potuto, visto che mi cercava urlando il mio nome a nove lettere nell’andito dei camerini con il suo vocione da orco buono del bosco, io ero rintanata dentro il cesso a fare litri e litri di pipì.

“Mi scusi, ho avuto un attacco di pisciarella” è stata l’unica frase che, dopo tanto scendere, mi è salita in bocca.

“Quanto dura il tuo intervento?” ha chiesto lui con la sua grande faccia affettuosa.

“Cinque minuti, credo”.

Cosa sono cinque minuti, in una vita? Un soffio, un alito, un respiro. Ma l’emozione allunga i minuti, dilata i tempi. Le parole che entrano in un microfono per uscire dalle casse e diffondersi nella sala di un teatro tutto esaurito rendono quei cinque minuti i cinque minuti più travolgenti degli ultimi cinque anni. E quel paio di brava profe! che senti arrivarti addosso dalla platea, lanciati da alunni che cinque anni fa ti salutavano alzandosi in piedi con rispetto e ora aspettano la fine di tutto lo spettacolo per buttarti le braccia intorno al collo, ti ripagano di tutta la paura, la trepidazione, l’insicurezza e la tensione che hai provato, per essere quella sera, in quel teatro, per quella persona, che la vita ha messo sulla tua strada e che, senza saperlo, ti ha strappato via il cuore.

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