Cara mamma, ti scrivo

Pubblicato il 12 ottobre 2017 da antonella landi

Cara mamma,
ti scrivo per raccontarti di questi giorni passati nel Profondo Veneto, a casa nostra, al sesto piano del nostro Cimbellone. Ho preso un permesso per assentarmi dalla scuola e stare insieme al Rondine accanto al babbo, ricoverato in ospedale per tre giorni. Sta bene, non ti preoccupare, hanno fatto un piccolo intervento, ma il suo cuore pompa e adesso quel dolore in mezzo al petto non lo sente più. Tornare in quel casermone di cui tu sei stata prigioniera per tre mesi ha fatto male a tutti e tre, al babbo soprattutto, che ha passato le sue ore di degenza a chiedersi come tu abbia fatto a resistere così a lungo in un luogo tanto triste. Ti abbiamo pensata e rammentata in continuazione, la buttavamo un po’ sul ridere, ti ricordi la mamma come biascicava a bocca storta il petto di pollo bianco cadaverico che servono in corsia, ti ricordi la mamma come discuteva con il crocifisso appeso al muro e gli diceva a brutto muso questa non me la dovevi fare, ti ricordi la mamma quando ci diceva andate via e s’era arrivati da un minuto. Il babbo in ospedale è stato più dolce e malleabile di te, per questo forse mi faceva un’infinita tenerezza, perso nei suoi rendiconti esistenziali, mentre diceva certo nella vita io sono stato fortunato, non ho mai avuto un male serio, e guarda che figlioli belli ho fatto, per fare te io e la mamma ci si mise tre mesi ché non ci riusciva metterti insieme né bene né male, (e poi una paura che tu venissi racchia), invece tuo fratello al primo colpo era già lì, e la mamma la mattina dopo vomitò anche gli occhi.
Quando venivo via dall’ospedale andavo a casa nostra. Non c’ero mai stata tutta sola in quella casa dove sono nata e cresciuta, quando non c’eri tu c’era il babbo, quando non c’era il Rondine c’eravate voi. Senza nessuno pensavo che non ci avrei resistito per mezz’ora, e invece mamma sai cosa ho fatto? Mi sono messa a toccare tutte le tue cose. Ho aperto gli armadi, tirato i cassetti, e messo le mani tra i tuoi vestiti, che sono ancora tutti là, dove li hai lasciati tu, puliti profumati e piegati alla perfezione come facevi sempre, e li ho presi, li ho indossati, li ho tenuti un poco addosso, mi sono specchiata, per rivederti una volta ancora.
Poi andavo a letto e non mi sentivo sola: a parte Bobi appiccicato a me come ogni notte, c’eri anche tu, nella tua scatolina in legno circondata da tutte le piantine che ti arrivano in regalo nelle date da ricordare. Ho dormito nel tuo lato, poggiando la testa sopra il tuo guanciale, sotto il piumone leggero e caldissimo con cui ti coprivi nelle notti fredde, mentre con i piedi andavi a cercare le pieghe del babbo per incastrarceli in mezzo.
L’indomani la giornata iniziava sempre molto presto, con il Rondine ci trovavamo per fare colazione insieme e per far correre Bobi nel parco dell’ospedale. Guardalo mamma, com’è bello. Ogni volta che lo guardo, penso che avrei dovuto prenderlo molto prima, quando tu c’eri ancora.

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